martedì 16 settembre 2014

Recensione di Gangs of New York

Recensione di Gangs of New York 

"Lo Scorsese del nuovo millennio distrugge il Mito della genesi dell'America moderna rivelandone i suoi orrori in un film carico di pathos e citazioni" 

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Five Points, New York; negli anni della guerra di secessione, un giovane di origine irlandese affronta il tiranno malavitoso William "il macellaio" Cutting per vendicare il padre, ucciso sedici anni prima in una battaglia tra gang di strada.

Recensione
Con l’aprirsi del nuovo millennio, con l’entrata in scena degli anni che passeranno alla storia come la decade dai doppi zeri, Martin Scorsese decide (non a caso) di tornare a parlare di New York, la propria città natale, la metropoli che come si suol dire “non dorme mai” e dove, l’11 Settembre del 2001, un attacco terroristico cambiò, proprio nella Grande Mela, le fondamenta della storia recente degli Stati Uniti d’America.

Scorsese, tuttavia, al contrario di tanti altri registi, con Gangs of New York preferisce narrare non tanto la situazione odierna, se non attraverso metafora, ma ammiccando al passato di quest’ultima, cerca di mettere in luce quelle che furono le origini di una delle più grandi colonie Olandesi sul suolo “Americano”. Si apre, dunque, una storia ambientata nella seconda metà del 1800 dove il regista gioca essenzialmente con due universi appartenenti alla stessa medaglia, amalgamati l’un l’altro, tanto distanti quanto uniti dagli eventi storici e dalla guerra di secessione. 015-gangs-of-new-york-theredlist
Il mondo che emerge da questa pellicola è di fatto un grande minestrone di razze, dialetti, lingue (?!), usi, costumi e tradizioni, costretti a convivere tutti su quella che è la terra denominata “Nuova York”, abitata dai “nativi”, tra i quali emergono coloro che fanno parte della banda di Bill “Il Macellaio”. 

I Five Points, punto focale dell’intero lungometraggio, sono, per certi aspetti, il micro cosmo nel quale la storia si concentra interamente, ma se da una parte le vicende tra Amsterdam Vallon e William Cutting si evolvono in una sola “piccola” zona della metropoli, dall’altra Scorsese rammenta sempre allo spettatore che nello stesso preciso momento, assieme alle guerre intestine tra Gang, si devono sommare anche le rivolte Newyorkesi di coloro che si rifiutano di prendere parte alla leva per la guerra di Lincoln ed è essenzialmente questo aspetto a fornire immediatamente un particolare interessante della pellicola, che raffigura la guerra di secessione da parte degli stati nordisti non come un atto patriottico e umano, ma quasi come una sottomissione,Gangs-of-New-York una costrizione da parte del governo a partecipare ad un conflitto verso il quale molte persone (rammentiamo che si parla sempre di poveri e non nobili) non nutrono il minimo interesse, poiché troppo occupate a sopravvivere e sbarcare il lunario in una “terra estremamente selvaggia”.

Questo è per certi aspetti una sfumatura inedita, che il regista italo-americano riesce a inserire con la giusta naturalezza e coerenza nel suo lavoro, stroncando in tal modo quella visione manichea (e retorica) che troppe volte la storia regala a coloro che leggono o si documentano su gli eventi passati; a scanso di equivoci, però, Gangs of New York non vuol muovere una critica contro Lincoln o gli ideali di cui quest’ultimo si faceva portavoce e promulgava, ma si prende comunque il disturbo di mostrare tutte quelle situazioni e quei momenti scomodi di una guerra che gli Americani del Nord non sentirono veramente propria e che, a quanto pare,gangs-of-new-yorkefwq più e più volte risposero ad essa o con la violenza o con il razzismo attraverso le parole ed i fatti.
New York è dunque una città malata, un insieme di uomini e donne tutti di origine diversa e tutti costretti a vivere nel terrore, che nella zona dei Five Points non ha l’aspetto del nobile con annessi i suoi modi melliflui, ma i crudi e spietati gesti e movenze di Bill Cutting, colui che raffigura il marcio di un mondo ancorato troppo alle sue tradizione, (che poi prenderà posto, in un secondo momento, tra le file dei Repubblicani al momento dell’elezione di un nuovo sceriffo) e insensibile ad una qualsiasi forma di dialogo con persone che non si identificano come “veri americani”. Gangs-of-New-York-stills-leonardo-dicaprio-4605012-400-294

L’animo poliedrico e misto della Grande Mela lo si vede anche grazie a quel campionario di personaggi messi in scena dal regista, ove ognuno appare ben differente l’uno dall’altro, spinti all’unisono dalla primordiale necessità di sopravvivenza, ma costantemente animati da una rabbia cieca e da un sordo egoismo.
Ci sono infatti, come era lecito e giusto aspettarsi, le persone come Amsterdam, coloro che cercano vendetta per un torto subito in passato; ci sono le borseggiatrici e i politici ruffiani che cercano un aggancio con i capi della malavita o con coloro che instillano la paura nella gente per procurasi voti; ci sono le bande sempre rivali tra loro e poi ci sono gli Irlandesi, coloro che vengono costantemente presi di mira dai nativi e che, arrivati al porto, si lasciano prendere a botte o vengono persino lapidati. Una pagina, questa, che getta un’onta indelebile sull’immigrazione e sul concetto di città aperta che più volte l’America, con lo slogan de “il paese della libertà”, rivendica e del quale si vanta.gony882
Immaginate, a questo punto, come sarebbe vivere in una città del genere, dove la povertà ed il caos hanno sempre più potere e dove i ricchi signori invece vivono nel lusso sfrenato, permettendosi, di tanto in tanto, di fare una visita nei bassi fondi per capire meglio le condizioni di vita dei poveri quasi fossero ad uno zoo di animali. 

Tutto questo, per quanto ormai appartenne al passato, dovrebbe far suonare qualche campanello nella nostra testa e apparire incredibilmente attuale.

Per quel che riguarda il punto di vista tecnico la pellicola è come sempre impeccabile, anche se stavolta la mano di Scorsese decide di affiancare al Kolossal una messa in scena carica di citazioni, sopratutto verso il cinema italiano, dove i numerosi omaggi a Leone saltano all’occhio nell’immediato. Il montaggio, come per i tanti altri lavori realizzati in passato, è efficace come può essere solo quello della collaboratrice storica del regista di Toro Scatenato, Thelma Schoonmaker, incapace di appesantire la pellicola o caricarla di un eccessivo dinamismo. Paradise_Square_n

L’ottimo lavoro per quanto riguarda alla messa in scena è stato fatto anche da Ferretti per quel che riguarda le scenografie, i set e le ambientazioni in generale, tutte quante ricostruite a Cinecittà, scelta presa dal regista stesso di voler girare gran parte del film in Italia. Ottima anche la colonna sonora, curata da Howard Shore, che vanta un gran numero di ballate, canzoni da pub o da taverna dell’epoca davvero suggestive e coerenti con la messa in scena.

Parliamo infine degli attori, i quali, come per molti altri film del regista, si sono lasciati coinvolgere anche per piccole e brevi parti. Il Cast vanta nomi di alto livello come ad esempio, Stephen Graham, Gary Lewis, John C. Reilly, Liam Neeson o Brendan Gleeson,fee6b929-853e-4005-9f4c-84a01b039cd2_cameron_diaz_gangs_of_new_york occupati in ruoli secondari che tuttavia ricoprono con maestria e rispetto.

Ancora una volta si assiste ad una collaborazione tra Scorsese e DiCaprio, il quale riesce sempre a stupire per il talento e per la poliedricità, non donando (magari con il senno di poi) la sua miglior prova, ma rimanendo sempre eccellentemente legato nel corpo e nello spirito al personaggio di Amsterdam Vallon. Il vero “peccato”, o rammarico, è che DiCaprio, per quanto sia pieno di potenziale, sembra quasi sparire quando in scena vi è Daniel Day-Lewis che nelle vesti di William (Bill) Cutting detto “Il Macellaio” regala a noi tutti un’interpretazione (accompagnata da un ottimo doppiaggio a cura di Pannofino) eccezionali e da antologia, capace di far mettere in ombra qualsiasi cosa ogni qual volta che questi appare sulla scena e viene inquadrato dalla telecamera. 

Lezione di recitazione e grande prova da attore per un uomo che ormai, con 3 Oscar nelle sue tasche, pur rimanendo poco popolare si dimostra essere uno dei miglior attori su piazza in assoluto.

Commento Finale 
Gangs of New York è per molti critici l’anello debole della filmografia di Scorsese e forse, per certi aspetti, il film risulta davvero imperfetto e mostra qualche lacuna, ma nel complesso questo rimane un lavoro ottimo, per certe sfumature gangs-of-new-york-2002-43-gdi significato eccezionale, curato sotto ogni minimo dettaglio e diretto (ed interpretato) in maniera eccelsa. Martin Scorsese decide di parlare della sua New York dopo l’11 Settembre mostrando al mondo le sue origini e il luogo da cui (solo in parte) proviene e dove è cresciuto, mettendo in luce le tante ombre della città e le conseguenze nefaste della guerra. 

Una pellicola, questa, che di certo avrebbe meritato molti riconoscimenti, scansata agli Oscar quell’anno dal musical Chicago, ma che al contrario di quest’ultimo, riesce ancora a conquistare, rimanere tremendamente attuale e smentire coloro che la etichettano come una delle pellicole minori del regista. 

Scorsese sa che l’America non è nata sotto la bandiera della pace, non è nata sotto buoni propositi, ma è stata creata con il sangue, con le lotte e la violenza, ennesima manifestazione della vera natura umana2431_4 e nel mettere a nudo l’anima vera del popolo che “l’ha adottato”, il regista italo-americano è riuscito a confezionare un film imperdibile, privo di retorica e con un finale coinvolgente, eccezionale, emozionante e (banalmente) magnifico seguito dalle note della canzone degli U2 : The Hands That Built America.

Perché se da un lato la storia ci insegna a ricordare i grandi eventi del nostro passato con una coscienza accademica, essa stessa il più delle volte, ci porta a dimenticare le “semplici” storie degli uomini e delle donne che l’hanno “costruita”, rendendoci (quasi) insensibili e “per quelli che vissero e morirono nei giorni della Furia, fu come se tutto quanto avevano conosciuto fosse stato spazzato via e qualsiasi cosa sia stata fatta per costruire la città, per il tempo a venire, sarebbe stato come se nessuno di loro fosse mai esistito.” 

martedì 9 settembre 2014

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono 

"Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e regala a noi tutti un film veramente eccellente"

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Adam è un musicista underground immortale, che si riunisce con quella che è stata per secoli la sua amante, dopo essere diventato depresso e stanco per la direzione che ha preso la razza umana. Il loro idillio è però interrotto e messo alla prova dall'imprevedibile sorella minore di lei. Possono questi delicati outsiders continuare a sopravvivere mentre il mondo moderno crolla intorno a loro?

Recensione

Presentato alla sessantaseiesima mostra del cinema di Cannes, Solo gli Amanti Sopravvivono ha sempre destato interesse ed un certo alone di mistero in gran parte dei seguaci di Jarmusch e non; A rendere immortale questo interesse a livello mediatico è stato anche (e sopratutto) il cast, chiamato a raccolta in questa ultima fatica dell’autore americano, tra i cui nomi compare quello di Tilda Swinton e Tom Hiddleston (il Loki dei film Marvel).
Only Lovers Left Alive, arrivato da noi finalmente in sala, non delude minimamente le aspettative e si rivela essere uno dei migliori film dell’annata appena passata nonché, forse, il migliore del regista e del genere “horror” degli ultimi anni. Se, infatti, avevamo ormai fatto l’occhio ad una interpretazione della figura del vampiro in chiave eccessivamente romantica, scialba, priva di radici e reindirizzata in una visione superficialmente moderna, con tanto di ubicazione non più europea, ma Americana, con questa pellicola non solo il regista scandisce in modo eccelso la genesi e la vera natura del demone, ma principalmente lo incanala in una vicenda che fa del dramma esistenziale il suo punto di forza, mettendo in evidente secondo piano l’elemento sovrannaturale, pur rimanendo, costantemente, attaccato e devoto ad esso grazie anche alle atmosfere e alla sceneggiatura.sologliamantisopravvivono_xl3-654x404
Adam e Eve sono di fatto due esseri immortali, due vampiri, ma la loro vera natura non li rende poi tanto differenti da noi umani (che loro chiamano però - e non casualmente-  zombie);  ciò che veramente li contraddistingue non è tanto la sete di sangue, bensì la consapevolezza di saper vivere nel modo odierno, in preda alla rovina e alla decandeza. Ecco, dunque, uno dei tanti grandi aspetti della pellicola, ovvero, quello di non impressionare lo spettatore con la teatralità e la paura, ma di servire una storia che se pur espressa da un punto di vista completamente differente dal nostro, rimane universale e accessibile a tutti. E’ la consapevolezza dell’essere, del sapere “chi sei?” che muta profondamente Adam, un vampiro che passa le proprie giornate a comporre musica funebre, sposato con la bellissima Eve (la quale tuttavia abita a Tangeri mentre lui a Detroit) e scontroso verso la sorella di quest’ultima: Ava (interpretata da una frizzante ed efficace Mia Wasikowska).17802-trailer-italiano-solo-gli-amanti-sopravvivono
L’incontro tra i due amanti è l’escamotage necessario per allestire la vicenda, una storia tanto semplice quanto interessante e verosimile che non riesce mai ad apparire stonata, ma che grazie a quell’aspetto gotico e sinistro assume sempre più i contorni di un dramma psicologico. A favore di tutto questo vi è poi un continuo ed incessante omaggio/attaccamento alla cultura universale che colora la pellicola in ogni inquadratura e che spazia dalla letteratura classica fino a quella moderna, ove è possibile cogliere tributi e citazioni evidenti o meno, ma mai artificiose o campate in aria. Non è un caso, infatti, che l’intero lungometraggio sia un continuo rimando al mondo occidentale del passato, all’Europa ed alla civiltà del vecchio continente e questo lo capiamo sin dai dialoghi, quelli tra Eve e Adam, incentrati su Byron e Mary Shelley (che i due hanno conosciuto) o dalle fotografie appese nella camera da letto di quest’ultimo (dove vengono ritratti scienziati e scrittori come ad esempio Wilde, Poe, Newton, Darwin.)Cannes/ Only Lovers Left Alive
Il cuore, tuttavia, del film non è la storia d’amore, bensì la denuncia che Jarmusch compie nei confronti del genere umano, che non a caso liquida con la parola “zombie” quasi ad indicare uno stato in cui l’uomo è più simile ad un automa, un essere senza anima e cervello che continuamente sbaglia e si lascia guidare dall’istinto, dalla carne e dalla corruzione, carnefice del proprio destino nonché emblema evidente della propria inciviltà e ignoranza, carico di difetti che nel corso della storia l’hanno sempre portato a voltare le spalle alla scienza ed al progresso.
Eppure se in un primo momento sembrerebbe quasi scontato pensare ai vampiri come esseri superiori e nettamente più intelligenti, Solo gli Amanti Sopravvivono ci mostra in fine che dietro alle tante parole, dietro all’eternità e alla saggezza si nasconde persino in essi un bisogno primordiale di sangue e vita del quale non possono farne a meno; così, la pellicola, si conclude con una frase emblematica, nonché in forte contrapposizione con la natura stessa di chi la pronuncia, scandita dalla androgina e bellissima Swinton, la quale se in un primo momento (ed in un altro luogo) rimprovera la sorella per aver tolto la vita ad un mortale come si usava fare nel XV° secolo, sarà lei medesima a portare lo spettatore ai titoli di coda sussurrando che “da più di cinquecento anni non provavano a nutrirsi come una volta” e che è giunto il momento che essi tornino ad essere i “predatori” di un tempo.32612_fb
Tecnicamente il lavoro svolto da Jarmusch è senza difetti, ancorato a sequenze geniali che vedono una messa in scena davvero di grande impatto visivo accompagnata da una continua costanza nel voler unire la musica alla vita dei protagonisti, il tutto condito da una regia molto adagiata, lenta ma incapace di annoiare portandoci quasi a pensare che dopo due ore non si sia assistito a nulla di eccezionale, ma facendoci poi ricredere subito su quanto detto. Le musiche, inoltre, sono suggestive così come le scenografie, dai forti richiami gotici rivisti in chiave moderna, fino poi portati ad avere sfumature quasi fiabesche, complici di tutto questo le influenze del cinema di Neil JordanTim Burton e pellicole del passato con protagonista Lugosi e Lee.

Commento Finale

Solo gli Amanti Sopravvivono si presenta come una delle migliori pellicole su piazza, un’opera tanto complessa ed invitante che riporta in auge la vera natura del vampiro,ONLY-LOVERS-LEFT-ALIVE-10 concedendogli una sfumatura non più “romantica”, allontanandolo dallo stereotipo Meyeriano e portandolo su un livello intellettuale molto più interessante e suggestivo, ove a farla da padrone è la coscienza di sé stessi e la consapevolezza di essere parte di un mondo decaduto. Forte di un cast in stato di grazia, dove però ad avere la meglio è indubbiamente Tilda Swinton, seguita da un’ottima performance della Wasikowska e Hiddleston, rimane estremamente affascinante persino la figura del drammaturgo Marlowe interpretato dal sempre eccellente John Hurt.
Se cercate un film sui vampiri, se volete dimenticare Twilight, se, in cuor vostro, siete alla ricerca di un bel film capace di entrarvi dentro, fin nelle ossa, farvi ragionare e riflettere, se amate e conoscete la letteratura (così come la cultura in generale) e siete all’inseguimento di una storia straziante, dai toni dark, ma tutt’altro che superficiale, Solo gli Amanti Sopravvivono è il film che fa per voi, una pellicola che si allontana dal genere di appartenenza per parlare dell’uomo e della sua natura in contrapposizione a quella del vampiro. Con questo lavoro Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e dona a noi tutti un film veramente eccellente.
Claudio Fedele

lunedì 5 maggio 2014

Recensione di Frankenweenie

Recensione di Frankenweenie 
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Dopo la morte del fedele cane Sparky, il piccolo e solitario Victor, amante dei film horror e della scienza, lo riporta in vita usando uno strano macchinario. L'esperimento riesce, ma Sparky va tenuto nascosto per non spaventare il vicinato. Il simpatico cagnolino però fugge, provocando la curiosità di Edgar, il ragazzino gobbo del quartiere, che supplica Victor di insegnargli a resuscitare i morti. I due riprovano il miracolo con un pesce rosso, che si rianima ma diventa invisibile…

Nel parlare di Frankenweenie potremmo dire, molto sinceramente, che quest'ultimo segna, per certi aspetti, un ritorno alle origini, non solo dal punto di vista dell’impostazione attraverso la quale Burton decide di mettere in scena la pellicola: il sto-motion; ma anche e sopratutto per via della casa produttrice cinematografica, la Disney, che anni addietro, proprio per il suo corto omonimo decise di licenziarlo. Troppe scene poco adatte ad un pubblico giovanile e una storia eticamente eccessivamente in bilico con forti tinte “dark”.Eppure, anni dopo, il regista di numerose opere che hanno segnato la storia del cinema recente come Edward Mani di Forbici o Big Fish, è tornato negli studios di Topolino e Paperino per mettere la parola fine ad un lavoro che era stato scartato e ritenuto banale dai dirigenti dell'epoca.
Frankenweenie è un film di animazione come pochi, un lavoro encomiabile, sublime, curato e ben fatto nonché prova della inesauribile fonte di idee e di fantasia di Burton, il quale è riuscito a dirigere una pellicola che se analizzata come tale, ovvero come film per ragazzi fatto interamente al computer, riesce quasi a catalogarsi come un vero e proprio capolavoro. FRANKENWEENIEGuardatevi attorno con estrema attenzione e siate sinceri con voi stessi poiché, da qui a quattro anni, la Pixar non riesce più a sfornare i prodotti di un tempo (dopo il magnifico Wall.e e Up) e la concorrenza di oggi di certo non può arrivare a competere con Frankenweenie, che si rivela essere senza vergogna un lungometraggio tanto indirizzato ai più piccoli quanto profondo ed interessante per gli adulti.
L’elemento più lodevole è che Burton non si è dovuto adattare al target a cui era destinato il film, ma ha fatto si che quest’ultimo si adattasse e si modellasse secondo le sue tematiche e la sua visione del mondo, ciò è possibile comprenderlo già dalla messa in scena, tipicamente Burtoniana e dalla fotografia: un bianco e nero che omaggia i film dell’orrore del passato come quelli di Bava, al quale il regista più volte si è ispirato per numerose scene e sequenze, oppure a quelli con protagonista il grande Christopher Lee nelle vesti di Dracula!

Dietro, quindi, ad una storia semplice e ricca di buoni sentimenti e buoni propositi si dipanano tutta una serie di critiche e messaggi coerenti con l’ottica del regista di Sleepy Hollow, a partire dalla rappresentazione di gfuna cittadina bigotta e ignorante che crede ad occhi aperti alla superstizione ma non pone fiducia nella scienza, ma che anzi in essa vede una acerrima nemica e della quale nutre una terribile paura. Proprio sull’elemento etico e scientifico la storia di Sparkly vuole andare, per certi aspetti, a parare servendo su un piatto d’argento, e mostrandosi come una intelligente (non) parodia del Frankenstein di Shelley, il problema etico e morale a cui uno scienziato deve fare appello ogni qual volta si decida di voler compiere un preciso esperimento. Victor, il giovane protagonista, è in questo senso spinto a compiere un gesto estremo e inumano, sfidando le leggi della natura e non prendendo in considerazione le potenziali conseguenze che scaturiranno dalle proprie azioni.

Per quanto riguarda la regia la pellicola è impeccabile, piena di ammiccamenti, omaggi, citazioni e inquadrature studiate fin nei minimi dettagli, il tutto poi è accompagnato ancora una volta dalle suggestive quanto ben dirette musiche dello storico compositore di Burton, Danny Elfman che di tanto in tanto sa regalare alle orecchie degli spettatori alcuni motivi davvero ben riusciti. Ottime anche le animazioni, curate, particolareggiate e naturali in ogni momento.vv
Frankenweenie in definitiva è un nuovo capolavoro dell'animazione, capace di unire un pubblico di grandi e piccoli sfornando tematiche interessanti e profonde in modo semplice e delicato, la riprova che il talento di Tim Burton non solo non vuole decidersi a diminuire con il tempo, ma soprattutto che riesce sempre a riciclare con innovazione storie e temi a lui cari a cui ci ha abituati ormai da molti anni senza apparire banale o dare la sensazione di vedere sempre al cinema la stessa trama. La “triste” storia di Sparkly, un po’ come i migliori film Pixar di una volta, deve assolutamente essere vista da chi professa di amare il cinema, non solo dai fan di Burton o da coloro che amano il suo stile; Frankenweenie è un lungometraggio che ha tutte le carte in regola per brillare di una luce propria e non scemare accanto ai colossi del genere poiché anche Victor ed il suo amato cane, di fatto, sono una delle coppie più belle che si siano viste al cinema negli ultimi anni, messi al centro di una avventura magicamente indimenticabile!

giovedì 17 aprile 2014

Recensione di Rio

Recensione di Rio
RIO 1Blu è un esotico pappagallo domestico ormai convito di essere l’ultimo esemplare della sua specie, ma quando la sua padrona viene a conoscenza dell’esistenza di Gioiel, una pappagallina* tutto pepe che vive a Rio de Janeiro, i due partono per la più grande avventura della loro vita. Dal momento che non ha mai imparato a volare Blu diventerà amico di un gruppo di uccelli brasiliani davvero scatenati che lo aiuteranno a vincere la paura per il volo e a compiere il suo destino.
Carnevale di colori a suon di samba e canzoni orecchiabili, ecco cosa Rio propone al pubblico su un vassoio d’argento, figlio di Carlos Saldanha il quale aveva già diretto L’Era Glaciale ed i suoi due seguiti portando in alto il nome della Blue Sky Studios e facendola conoscere al grande pubblico come una concorrente nel campo dei film di animazione della più nota Disney Pixar.
Rio, senza voler rivoluzionare i canoni classici su cui si basano i film indirizzati prettamente ad un pubblico di giovani, riesce nella sua semplicità, nei suoi colori e nelle sue sfumature ad essere un prodotto godibile ed interessante che saprà divertire i più piccoli e al tempo stesso soddisfare i grandi;Rio un divertimento dunque legato ad un tipo di intrattenimento intelligente guidato da una storia semplice, ricca di azione e mai banale.
Ecco dunque che, esattamente come era successo per Ice Age, Saldanah da maggior spessore ancora una volta sul grande schermo agli animali prima degli umani, che qui come non mai non solo vengono messi in una luce quasi ambigua e talvolta anche un po’ banale, ma proprio su di essi il regista scaglia la critica più grande ed al contempo reale, accusandoli apertamente di essere i veri responsabili della rovina e del degrado della natura. Una lettura, dunque, interessante nonché molto attuale dato che oggi giorno sono sempre più presenti commercianti ed uomini d’affari a cui poco importa se quel che si vende è un esemplare in estinzione da cui dipendono le sorti di una intera specie o se esso sia ancora vivo ed in buone condizioni.
Tuttavia, se volessimo essere ancora più precisi e addentrarci ancor di più nel dettaglio della pellicola, va detto che Rio, tra rocambolesche avventure e personaggi sopra le righe, spassosi e mai troppo stereotipati, mostra una faccia della società brasiliana da tenere concretamente in considerazione. Di fatto magari ad una visione superficiale tutto ciò non salta istantaneamente all’occhio, ma regista e troupe sono riusciti a mostrare alcuni dei “difetti” della città di Rio De Janeiro, e per estensione di tutto il Sud America, rio 4senza cadere nel banale o far gridare allo scandalo, come ad esempio lo sfruttamento minorile o la estrema povertà.
La pellicola della Blu Sky inoltre gioca molto con la fotografia, l’estetica, grazie alle tante specie di pappagalli, con le canzoni e le scenografie proponendo una trasposizione di Rio veramente fedele e curata, tanto scatenata quanto oscura, ma pur sempre pacifica e completamente presa dal carnevale la cui fama non smette mai di scemare con il tempo. Ottime, inoltre, le animazione e la realizzazione degli uccelli, sopratutto per quanto riguarda i due protagonisti, legati assieme più da una (non) necessità che dalla volontà, mentre un po’ troppo poco originali nonché curate le animazioni ed i modelli per gli umani, aspetto che in futuro è bene migliorare poiché, alla fine, per quanto di scarsa importanza sia ciò questo rappresenta l’unica vera falla del film, Film Review Rioil quale gode, dobbiamo ammetterlo, di un’ottima stereoscopia 3D che saprà darvi la giusta profondità e le giuste sensazioni durante le scene di volo.
Rio è una pellicola che ci sentiamo caldamente di suggerire, non tanto per la sua storia, originale ma essenzialmente già vista in alcuni frangenti ed espedienti, quanto per il messaggio ambientalista/animalista/umanitario che quest’ultima vuole dare a voi tutti e che riuscirà ad arrivare con semplicità sia agli adulti che ai più giovani. Con un’esplosione di colori che ancor oggi pochi lungometraggi di animazione ci hanno saputo offrire, con un protagonista macao tanto simpatico quanto a volte insopportabile, l’ultima fatica di Saldanah è una gioia per gli occhi e per le orecchie, un divertimento per i piccoli ed un intrattenimento intelligente per tutti.

lunedì 14 aprile 2014

Recensione de I Sogni Segreti di Walter Mitty

Recensione de I Sogni Segreti di Walter Mitty 
mittyWalter Mitty (Ben Stiller) lavora in una prestigiosa rivista fotografica che sta per chiudere i battenti (LIFE). La sua caratteristica peculiare è quella di viaggiare con la mente, immaginandosi in situazione in cui è un eroe sprezzante del pericolo e desiderato dalla donna che ama. Quando Mitty e la sua collega, della quale è segretamente innamorato, rischiano di perdere il lavoro si trova costretto a fare i conti con la realtà e osare l’inimmaginabile: passare all’azione. Lo farà partendo per uno straordinario viaggio in posti sperduti alla ricerca di una preziosa fotografia.
Quinta prova da regista per Ben Stiller, uno dei re della commedia Americana degli ultimi anni, già dietro la macchina da presa per quell’acclamato Tropic Thunder che nel 2008 aveva entusiasmato critica e pubblico; Stavolta lasciata da parte la parodia bellica e le spacconate militari, Stiller si concentra nel dirigere una sorta di remake di Sogni Proibiti di McLeod, privilegiando, dell’intera vicenda, la parte on the road e lasciando da parte il lato noir della storia tratta dal racconto di James Thurber.
Un film che se da una parte incanta per le sue scenografie e gli scorci panoramici che ci sa regalare per la maggior parte del tempo di luoghi quali la Groelandia,l’Himalaya e l’Islanda, dall’altra appare un po’ incerto e poco incisivo nelle sequenze ambientate negli spazi urbani americani seppur, comunque, esso si vesta di una sua morale ed una sua critica alla società moderna. Mitty, il sognatore del ventunesimo secolo, è un perdente,mitty 2 un uomo che lavora da 16 anni per una nota rivista fotografica e che tuttavia non si sente realizzato, né tanto meno sicuro di se, ciò infatti non gli permette di farsi notare dalla donna di cui si è innamorato portandolo a conoscerla attraverso un sito di incontri on-line. Con il cambio di gestione della rivista di cui è dipendente, i suoi nuovi dirigenti non solo lo deridono ma gli fanno capire che non avrà vita facile e che al minimo intoppo saranno felicissimi di licenziarlo senza tanti convenevoli. Ecco, dunque, la leggera,ma concreta, critica che Stiller muove contro l’America di Obama, la quale soffre della crisi economica esattamente come ogni altro paese del mondo, che “gode” di dirigenti e padroni il cui unico pensiero è solo quello di far il maggior numero di incassi, liquidare tutte quelle persone che avevano messo anima e corpo nel loro lavoro per tanti anni e chiudere la porta ai sogni delle gente.
E su questo aspetto il film non soffre di alcuna debolezza, poiché grazie ad un ritmo semplice, non particolarmente frenetico e a volte malinconico ed al contempo scanzonato, esso riesce a lanciare qualche arringa contro un sistema che non solo nega l’immaginazione ma annienta anche l’uomo, il quale non si sente affatto realizzato nell’ambiente di lavoro né in esso e per esso viene premiato o quanto meno rispettato; nell’era del  “Yes, We Can” di “Think Different" e dei Social Network Walter Mitty trova la sua momentanea libertà in uno dei tanti momenti in cui si estranea dal mondo eppure, quando in ballo c’è la stabilità e il posto di lavoro si mette da parte la fantasia e si fa un po’ di tutto per correre ai ripari, per cercare di non essere buttato fuori a calci, per cercare di continuare a sbarcare il lunario senza immaginare che proprio tutto ciò darà il via ad un netto cambiamento. mitty 1
Parte così l’avventura del protagonista interpretato da Stiller, il quale sarà proprio grazie ai suoi viaggi ed alle nuove esperienze attorno al mondo, alla ricerca di una fotografia essenziale per l’ultimo numero di LIFE, che imparerà cosa è davvero importante nella vita e cosa egli voglia davvero da essa. Un film che dunque porta a riflettere e ci spinge a realizzare i nostri sogni, goderci la nostra esistenza e gettarci nel vortice dell’avventura, ma non è tutto oro quel che brilla, poiché dinanzi ai tanti episodi (alcuni dei quali un po’ troppo irreali) vi è comunque una storia che non riesce a convincere e conquistare appieno, portando questo prodotto lontano da un’eccellenza che la si può trovare solo esteticamente grazie anche ad un’ottima e sobriamente satura fotografia.
Stiller gioca molto sulle immagini e con i colori, sfrutta ogni suo paesaggio a disposizione ma si dimentica, di tanto in tanto, di tenere con i piedi per terra il suo film, lasciandosi andare a volte in eccessi e non mostrando il giusto approfondimento nonché i giusti toni drammatici che avrebbero alla fine giovato al prodotto. Non si può, però, criticare del tutto un opera che nella filmografia del comico americano rappresenta forse il suo lato più maturo, ma è comunque giusto far notare che Mitty si mostra come un ibrido, una storia triste, allegra, irreale quanto può essere un sogno e che dunque, di conseguenza, non sempre risulta brillante o coinvolgente.
I Sogni Segreti di Walter Mitty è un lavoro indubbiamente interessante, un film godibile che riesce comunque a farsi apprezzare non tanto per la storia, quanto per alcune idee visive e messaggi verso una società difficile da elogiare ed a volte persino da inquadrare nel futuro; la pellicola inoltre ha il suo punto di forza nelle scenografie e nel voler mettere in scena la bellezza della natura ed il tutto inoltre è mitty 3accompagnato da una discreta messa in scena ed una buona colonna sonora in cui fanno capolino testi di David Bowie e gli Of Monsters and Men.  Con i suoi alti e bassi, l’ultima opera di Ben Stiller non può né essere catalogata come un capolavoro né però come un fallimento, essa va presa esattamente così come ci viene proposta, con la sua poca serietà e la sua non costante componente comica, un film che esattamente come un sogno o un momento di incantamento si lascia trasportare dalla fantasia di chi l’ha narrata e diretta e forse, proprio come per le grandi avventure, l’inaspettato è l’elemento che nel bene o nel male, contraddistingue maggiormente l’esito di una storia.

sabato 22 marzo 2014

Recensione di A Proposito di Davis

Recensione di A Proposito di Davis

Potrà suonare strano, ma nella storia del cinema assistere a registi che vogliono raccontare le “avventure” di musicisti famosi, fare loro omaggi o omaggiare la musica stessa non è poi così improbabile; dell’amore verso quest’ultima forma d’arte ci aveva già deliziato
Martin Scorsese con i suoi documentari tempo addietro, l’ultimo dei quali dedicato all’immortale George Harrison. I fratelli Coen non sono da meno, lasciati dunque gli aridi deserti e le praterie americane viste ne Il Grinta, i due hanno deciso di mettere le mani su una storia che parla principalmente della musica folk, prendendo come base la biografia del cantante Dave Van Rock, amico di Bob Dylan e con lui esponente del genere. Il cast, ancora una volta comprende nomi noti ed altri poco più che sconosciuti, tra cui quello del protagonista Oscar Isaac nei panni di Lewyn Davis a cui è stato affidato per la prima volta il ruolo del protagonista. I Coen avranno saputo firmare un altro lavoro degno del loro nome? Per scoprirlo continuate a leggere l’articolo! 

New York 1961. Lewyn Davis è un cantante folk del Greenwich Village, ma non ha molto successo e per questo si vede costretto a passare il suo tempo tra uno studio e l’altro sperando di poter essere preso da case discografiche indipendenti pur di sbarcare il lunario. A complicare il tutto c’è anche Jean Berkey (Carey Mulligan)  rimasta incinta dopo essere andata a letto con lui. Davis capisce di aver sempre più responsabilità sulle spalle e che non può passare il resto della sua vita a chiedere ospitalità per una notte o due ai suoi colleghi che per pietà lo assecondano, ma sopratutto comprende di dover trovare al più presto una soluzione ed un lavoro, poiché la musica sembra non ripagarlo come avrebbe mai immaginato.

Joel ed Ethan Coen regalano al pubblico uno dei loro personaggi meglio riusciti (ed usciti dalla loro mente) degli ultimi anni, un perdente scapestrato che cerca in continuazione di afferrare una delle tante opportunità che la vita gli offre ma che puntualmente viene rispedito al punto di partenza, nella desolata e malinconica solitudine e povertà in cui sguazzano i tanti cantanti folk (e non)
che fanno soldi suonando in angusti e sporchi locali. Ecco dunque un altro anti-eroe, un uomo che vive le proprio giornate senza pensare al futuro né a costruirsi un qualcosa di concreto con una famiglia e degli affetti. Ecco lo schiaffo morale ed il messaggio malinconico che i due registi danno agli artisti e hai sognatori di oggi, ammonendo tutti noi che persino anche quando un grande talento si nasconde dietro ad una chitarra quest’ultimo non diverrà mai famoso se dietro non vengono visti i soldi ed i profitti. L’arte oltre ad essere tale in questo mondo, ieri proprio come ed ancor più oggi, viene coltivata non in base alla creatività ma solo se considerata terreno fertile su cui fare copiosi investimenti. Una storia ricca di malinconia, quella di Davis che viene narrata con passione, nostalgia, grande attenzione per i dettagli da due dei talenti migliori del nostro tempo i quali, vedere per credere, son arrivati ad un livello di raffinatezza tecnica inimmaginabile e che ancora dopo più di trent’anni riescono a sorprendere anche per le loro storie ed il modo in cui le raccontano. 

Le disavventure di Oscar Isaac, bravo ed intenso nel suo primo importante ruolo, sono accompagnate sempre da un desiderio di fuga che ogni volta viene stroncato, da dei sogni che si infrangono su gli eventi della vita che scorrono davanti ai suoi occhi a cui non può opporsi. Se di fatto questi due cineasti col tempo ci hanno insegnato qualcosa dal loro cinema è che con le disgrazie talvolta non è più di tanto preferibile combatterle inutilmente quanto conviverci ed anche in tal caso, in un modo o nell’altro, la loro visione nei riguardi della vita e dell’uomo non si discosta dagli altri lungometraggi visti in precedenza. 


Inside Llewin Davis rappresenta, dunque, un opera molto più intima del precedente Il Grinta, un lavoro che ricorda molto più il semi sconosciuto A Serious Man e le storie amare a cui ci hanno ormai abituato i Coen, ma al contrario di altre loro pellicole apparentemente più leggere qui il ritmo è contenuto ed i tempi scanditi con più parsimonia, come se i due fratelli avessero consapevolezza della storia che  hanno creato e che possedevano tra le loro mani e avessero deciso di raccontarla come una lenta ballata folk, proprio come una di quelle che suona Davis all’inizio ed alla fine del film. 


Se vi state chiedendo cosa pensiamo di questo lungometraggio, vi basti sapere che A Proposito di Davis per noi non è assolutamente il miglior film dei fratelli Coen, sebbene rimanga ad ogni modo un ottimo lavoro ben interpretato e diretto in modo magistrale; tuttavia ormai è bene mettere in chiaro una cosa, ovvero che il loro cinema si avvia ad essere una forma d’espressione tanto interessante quanto intima che è estremamente difficile catalogarlo o classificarlo a priori.
I due filmaker hanno ormai fatto propria la settima arte e dopo tanti anni di eccellente lavoro non solo si sentono in dovere di raccontare storie che godono di una profonda intimità, ma anche di omaggiare* altri classici del cinema come Colazione da Tiffany; ma Ethan e Joel hanno sempre dato un doppio significato, una doppia lettura a tutto ciò che hanno diretto e scritto e così avviene anche stavolta poiché il palese omaggio al gatto di Tiffany risulta avere anche un valore simbolico poiché il felino dal manto rosso qui alla fine raffigura l’opposto del protagonista e questo lo capiamo a cominciare dal nome affidatogli dai padroni: Ulisse, l’eroe greco che dopo tante avventure riesce a tornare a casa, mentre Davis continua ad oscillare in balia del destino, perso tra una delusione ed una speranza. Prima che Bob Dylan raggiungesse la fama con la sua musica, in un inverno freddo realizzato in modo egregio grazie a scenografie e fotografia in quel di New York c’era un cantante che arrancava per vivere e credeva nel sogno di poter diventare qualcuno un giorno o l’altro andando contro qualunque previsione e consiglio, il suo nome era Davis ed oggi i Coen ci raccontano la sua storia con un film struggente e malinconico ma sicuramente imperdibile