lunedì 29 settembre 2014

Recensione di Frank

Recensione di Frank 

"Un prodotto delicato, sensibile e critico verso il mondo della musica, mosso sempre meno dalla passione e costantemente più vicino al business"

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Un aspirante musicista si unisce a una band guidata dall'ombroso Frank, leader carismatico. Il giovane crede di avere una chance che potrebbe cambiargli la vita, ma ci metterà un po' di tempo prima di capire in che guaio si è cacciato.

Recensione 

Un giovane inglese ambizioso, nato e cresciuto in periferia, continuamente propenso a scrivere testi musicali, che piano piano prendono forma nella sua mente basandosi su qualunque cosa i suoi occhi scorgano, viene catapultato nell’universo di Frank, un uomo, un cantante, un genio che dietro al testone di cartapesta cerca, assieme alla sua band, di creare il miglior album musicale immaginabile.
Una pellicola indipendente come poche, ecco cosa è Frank, il primo film di Lenny Abrahamson che dietro alle direttive di Jon Ronson, qui alla sceneggiatura, confeziona un prodotto estremamente valido che in tutta la sua indipendenza e micro esistenza si dimostra già da ora essere un vero e proprio cult. Ronson, qui in veste di sceneggiatore, è indubbiamente un elemento essenziale nell’economia del film poiché la figura di Frank è strettamente legata al suo passato, al suo gruppo di musicisti chiamato (non a caso) Frank Sidebottom e a Christopher Sievey un tempo lui il vero possessore della grande testa protagonista indiscussa del film. Sebbene, in fin dei conti, la pellicola non si riveli una biografia, né ripercorra o alteri il passato dell’ex tastierista o della intera band prima citata, il tema principale del tutto rimane sempre e costantemente la musica, vissuta e interpretata dalle persone. 680x478
Non è un caso che la prima fatica di Abrahamson sia non solo una sorta di viaggio di introspezione dei personaggi, ma anche e sopratutto una sorta di ricerca estrema della musica, non quella fatta per il successo, ma tutto ciò che lega essa all’arte, sublimandola e immortalandola attraverso una cristallina espressione dimostrandosi, a sua volta, essere un nitido specchio delle personalità presenti sullo schermo. Dietro infatti a tutto ciò che viene mostrato vi è Frank che si rivela essere l’elemento necessario capace di mettere in continuazione in moto il motore della narrazione, invitando sempre tutti noi a far parte, passo dopo passo, del suo mondo, tanto strambo quanto affascinante. Ma se pensate di avere tra le mani un classico biopic o una storia capace di girare intorno solo alle note di un piano vi sbagliate di grosso poiché questo lungometraggio ha al suo interno tutta una serie di sottili critiche e sfumature nei confronti della società contemporanea su cui è davvero impossibile soprassedere.frank-film-02-636-380
Dopo il tanto acclamato The Social Network di David Fincher pochi lavori erano riusciti a mettere in luce l’importanza dei media, dei computer e dei social al giorno d’oggi. Frank, attraverso il volto del giovane protagonista Jon (interpretato da Domhnall Gleeson), si prende il disturbo di servire su un piatto d’argento tutti i nuovi procedimenti, nonché illusioni, che costellano la genesi e le formazioni delle varie band musicali al giorno d’oggi; perché questo film è essenzialmente un’opera basata sull’illusione, quella che crea il mondo virtuale, quella che vediamo tutti i giorni, fatta di tanti tormentoni che prendono vita in rete e che poi, da un giorno all’altro, finiscono. Perché il successo, al contrario di quel che si crede, non lo si fa con le visualizzazioni su youtube o sul web e nemmeno, purtroppo con la musica, quella vera.frank-movie
Per questo motivo Frank è una grande dichiarazione di sogni infranti, di vedute tanto diverse quanto lecite, il più delle volte, un pregevole lavoro che sembra voler dire che non è la musica ad essere importante o magnifica, ma le persone che la scrivono, creano o suonano; questo film sussurra alle nostre orecchie che se vi è passione e impegno persino cantare di “birre, bagni, sigarette e mura sporche” può essere meraviglioso e profondo. Il vero problema ormai sembra essere, però, essenzialmente i soldi e le ambizioni materiali dei molti, che consapevoli dell’importanza di essere continuamente alla moda, lasciano da parte testi e note per salire sul palco e cantare ciò che il pubblico vuole, non quello che davvero questi vogliono suonare per loro, il tutto per non apparire impopolari o essere scacciati via a suon di pomodori volanti e urla. frank-michael-fassbender

Commento Finale 

Frank è una perla rara, un film delicato come il suo protagonista, dal quale prende il nome, ma anche e sopratutto la natura e la sensibilità, un personaggio che dietro al faccione abbastanza inquietante cela il viso di un Michael Fassbender che continua ad ammaliare per la sua bravura, anche quando gli viene chiesto di recitare solo con la voce o con il corpo, privato di una qualsiasi espressione facciale. Un lungometraggio che porta al limite estremo musica e musicisti, curato sotto i minimi dettagli e suggestivo, che ci porta a pensare che talvolta bisogna rasentare quasi la pazzia per assaporare davvero i migliori suoni o creare le migliori canzoni, anche se poi, a credere che siano tali, si è sopratutto noi, mentre gli altri, coloro che vogliono fare solo soldi e successo, che non assecondano i nostri gusti o non guardano le cose con la stessa prospettiva, dirigono i propri desideri verso orizzonti musicali più commerciali e privi animo stringendo patti col diavolo o vivendo nell’illusione.

domenica 28 settembre 2014

Recensione di Across the Universe

Recensione di Across the Universe 

"Un'opera ricca di omaggi e citazioni, costantemente e solo superficialmente legata ai Beatles che si scomoda a raccontare una love story banale e scontata"

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Siamo negli anni '60. Un giovane proletario inglese va in America alla ricerca di un padre che non vede da anni e anni, e si innamora di una teen-ager, Lucy. Quando il fratello di lei viene mandato in Vietnam, i due diventano attivi pacifisti… Un film che cerca di parlare degli anni caldi dell’America recente conditi con le canzoni dei Beatles.

Recensione 

Across the Universe negli anni è diventato un vero e proprio cult tra le linee di gradimento di coloro che si dichiarano amanti dei Fab 4 e del musical in generale. Al Cinema, va detto, questo genere di rappresentazione non sempre riesce nel modo migliore e se diamo un’occhiata al passato ci accorgiamo fin da subito che, levate una o due produzioni davvero encomiabili, i lungometraggi sposati con le canzoni veramente ben riusciti sono davvero rari. In Italia poi, dal momento che nella nostra cultura questo passaggio è venuto (quasi) esclusivamente a mancare, sia nel teatro che nel cinema e solo negli ultimi anni i Musical hanno fatto parlare di sé (per esempio il Notre Dame de Paris made in Italy fatto da Cocciante), si guarda sempre con dubbi e occhiate oblique un qualunque lavoro che rientri sotto questa etichetta.Across_the_Universe_6lg
Al di là di quanto una persona, appartenente al pubblico medio, possa gradire o meno un film/opera del genere per svariati motivi, a cominciare dalle canzoni, dai temi scelti fino a chiamare in causa la storia narrata, Across the Universe è comunque un lavoro che ha saputo “dettar legge” e proporsi, secondo gran parte del pubblico, come una delle migliori produzioni musicali degli anni passati.
A onor del vero va detto, fin da subito, anche se converrete tutti che ormai “subito” non lo è più, che il film diretto da Julye Taymor è tutto tranne che eccezionale, sempre che non si tengano conto delle canzoni scomodate per essere inserite nella storia qui raccontata. Nel dire questo vorremo specificare che se dovessimo considerare questa pellicola per l’aspetto musicale questa avrebbe di certo tutta un’altra valutazione, di gran lunga positiva, poiché dato che la vicenda riprende, di tanto in tanto, la storia di alcuni dei componenti dei Beatles Across_the_Universe(attraverso citazioni, ambientazioni, nomi di personaggi o “momenti storici in generale”) modificandola e arrangiandola su quel che sarà poi un love story, quest’ultima prende in prestito anche le canzoni di Lennon & co. Dal momento in cui non si hanno né le capacità tecniche né l’arroganza di mettere in discussione perle della musica leggera recente, che hanno fatto la storia del rock, va da sé che una volta levata “la musica”, considerata in questo caso da un qualunque essere sano di mente eterna ed eccezionale, quel che ne rimane è una storia talmente banale e assaporata in così tante salse che dietro a quel velo psichedelico vintage si rivela essere un niente di concreto ed innovativo.across-the-universe
Da un lato, di fatto, abbiamo l’aspetto estetico, legato molto ai testi ed alle canzoni proposte, alla loro rappresentazione, qui viste talvolta in una prospettiva diversa rispetto all’originale perché cantate attraverso la voce dei protagonisti, alle  quali fanno sfondo scene suggestive e interessanti; dall’altra parte, però, l’impegno della Taymor nel girare i tanti “video musicali” che compongono in modo massiccio l’intero lavoro, si rivela l’unico suo vero grande sforzo, quasi a voler dire che “non conta più raccontare un film provocatorio e profondo” perché le canzoni fanno il resto. Per certi versi questo può anche esser vero, ma lo è altrettanto pensare che i Beatles, impegnati molto nella politica e nel sociale ai tempi che furono, di certo avessero un pensiero molto più profondo e personale, che qui nemmeno lontanamente viene sfiorato, incapace di cadere nei più blandi cliché del genere bellico pre et post Vietnam o riguardo alle condizioni dei lavoratori e degli operai di Liverpool.cover1300
E’ un film, così, che si allinea alla perfezione con la “politica” di altre pellicole “ruffiane” quali Forrest Gump, che fa della godibilità e della (a)drammaticità un (debole) punto di forza, capace di trascinare perfettamente il pubblico attraverso un intrattenimento niente affatto complesso ma non per questo altrettanto profondo. Un peccato aver chiamato, dunque, in causa brani che attraverso la voce di McCartney, Lennon e Harrison hanno saputo regalare emozioni e pensieri capaci di rimanere impressi nelle persone. I tanti colori sgargianti, segnati da una fotografia sempre carica di immagini sature, non danno in nessun frangente il giusto pathos ed il finale, per quanto ben architettato, nonché condizionato dall’ennesimo omaggio ai quattro di Liverpool si dimostra essere davvero fin troppo scontato.Across_the_Universe_3lg

Commento Finale 

Across the Universe si rivela essere una pellicola davvero troppo ambiziosa e pretenziosa, che con le tante canzoni messe in tavola alla fine sfocia persino in alcuni momenti banali e superficiali dove i testi dei Beatles riescono a risultare di gran lunga più interessanti della storia narrata e portano a domandarsi come mai siano stati scomodati per essere messi in un lungometraggio che fa dello scontato il suo punto di forza. Al pretenzioso, Across the Universe, aggiunge poi delle interpretazioni davvero discutibili riguardo alla messa in scena di alcuni pezzi del repertorio di Ringo, Lennon, Harrison e McCartney, a rimarcare ancor di più il fatto che per un film del genere forse sarebbe stato meglio provare a inserire brani pop di altri autori, magari meno profondi e più coerenti con la pellicola invece di “sciupare” vere e proprie poesie e testamenti. Il vero tallone d’Achille tuttavia è il protagonista, Jude, che per come la Taymor ce lo rappresenta per tutta la durata del film è davvero difficile credere ed in cuor nostro ammettere che un tale personaggio, il cui nome è ricavato dalla nota Hey Jude, possa avere il volto inespressivo e da “cane sempre bastonato” nonché “ragazzino perfettamente romantico ed un po’ sfigato” di Jim Sturgess.

martedì 16 settembre 2014

Recensione di Gangs of New York

Recensione di Gangs of New York 

"Lo Scorsese del nuovo millennio distrugge il Mito della genesi dell'America moderna rivelandone i suoi orrori in un film carico di pathos e citazioni" 

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Five Points, New York; negli anni della guerra di secessione, un giovane di origine irlandese affronta il tiranno malavitoso William "il macellaio" Cutting per vendicare il padre, ucciso sedici anni prima in una battaglia tra gang di strada.

Recensione
Con l’aprirsi del nuovo millennio, con l’entrata in scena degli anni che passeranno alla storia come la decade dai doppi zeri, Martin Scorsese decide (non a caso) di tornare a parlare di New York, la propria città natale, la metropoli che come si suol dire “non dorme mai” e dove, l’11 Settembre del 2001, un attacco terroristico cambiò, proprio nella Grande Mela, le fondamenta della storia recente degli Stati Uniti d’America.

Scorsese, tuttavia, al contrario di tanti altri registi, con Gangs of New York preferisce narrare non tanto la situazione odierna, se non attraverso metafora, ma ammiccando al passato di quest’ultima, cerca di mettere in luce quelle che furono le origini di una delle più grandi colonie Olandesi sul suolo “Americano”. Si apre, dunque, una storia ambientata nella seconda metà del 1800 dove il regista gioca essenzialmente con due universi appartenenti alla stessa medaglia, amalgamati l’un l’altro, tanto distanti quanto uniti dagli eventi storici e dalla guerra di secessione. 015-gangs-of-new-york-theredlist
Il mondo che emerge da questa pellicola è di fatto un grande minestrone di razze, dialetti, lingue (?!), usi, costumi e tradizioni, costretti a convivere tutti su quella che è la terra denominata “Nuova York”, abitata dai “nativi”, tra i quali emergono coloro che fanno parte della banda di Bill “Il Macellaio”. 

I Five Points, punto focale dell’intero lungometraggio, sono, per certi aspetti, il micro cosmo nel quale la storia si concentra interamente, ma se da una parte le vicende tra Amsterdam Vallon e William Cutting si evolvono in una sola “piccola” zona della metropoli, dall’altra Scorsese rammenta sempre allo spettatore che nello stesso preciso momento, assieme alle guerre intestine tra Gang, si devono sommare anche le rivolte Newyorkesi di coloro che si rifiutano di prendere parte alla leva per la guerra di Lincoln ed è essenzialmente questo aspetto a fornire immediatamente un particolare interessante della pellicola, che raffigura la guerra di secessione da parte degli stati nordisti non come un atto patriottico e umano, ma quasi come una sottomissione,Gangs-of-New-York una costrizione da parte del governo a partecipare ad un conflitto verso il quale molte persone (rammentiamo che si parla sempre di poveri e non nobili) non nutrono il minimo interesse, poiché troppo occupate a sopravvivere e sbarcare il lunario in una “terra estremamente selvaggia”.

Questo è per certi aspetti una sfumatura inedita, che il regista italo-americano riesce a inserire con la giusta naturalezza e coerenza nel suo lavoro, stroncando in tal modo quella visione manichea (e retorica) che troppe volte la storia regala a coloro che leggono o si documentano su gli eventi passati; a scanso di equivoci, però, Gangs of New York non vuol muovere una critica contro Lincoln o gli ideali di cui quest’ultimo si faceva portavoce e promulgava, ma si prende comunque il disturbo di mostrare tutte quelle situazioni e quei momenti scomodi di una guerra che gli Americani del Nord non sentirono veramente propria e che, a quanto pare,gangs-of-new-yorkefwq più e più volte risposero ad essa o con la violenza o con il razzismo attraverso le parole ed i fatti.
New York è dunque una città malata, un insieme di uomini e donne tutti di origine diversa e tutti costretti a vivere nel terrore, che nella zona dei Five Points non ha l’aspetto del nobile con annessi i suoi modi melliflui, ma i crudi e spietati gesti e movenze di Bill Cutting, colui che raffigura il marcio di un mondo ancorato troppo alle sue tradizione, (che poi prenderà posto, in un secondo momento, tra le file dei Repubblicani al momento dell’elezione di un nuovo sceriffo) e insensibile ad una qualsiasi forma di dialogo con persone che non si identificano come “veri americani”. Gangs-of-New-York-stills-leonardo-dicaprio-4605012-400-294

L’animo poliedrico e misto della Grande Mela lo si vede anche grazie a quel campionario di personaggi messi in scena dal regista, ove ognuno appare ben differente l’uno dall’altro, spinti all’unisono dalla primordiale necessità di sopravvivenza, ma costantemente animati da una rabbia cieca e da un sordo egoismo.
Ci sono infatti, come era lecito e giusto aspettarsi, le persone come Amsterdam, coloro che cercano vendetta per un torto subito in passato; ci sono le borseggiatrici e i politici ruffiani che cercano un aggancio con i capi della malavita o con coloro che instillano la paura nella gente per procurasi voti; ci sono le bande sempre rivali tra loro e poi ci sono gli Irlandesi, coloro che vengono costantemente presi di mira dai nativi e che, arrivati al porto, si lasciano prendere a botte o vengono persino lapidati. Una pagina, questa, che getta un’onta indelebile sull’immigrazione e sul concetto di città aperta che più volte l’America, con lo slogan de “il paese della libertà”, rivendica e del quale si vanta.gony882
Immaginate, a questo punto, come sarebbe vivere in una città del genere, dove la povertà ed il caos hanno sempre più potere e dove i ricchi signori invece vivono nel lusso sfrenato, permettendosi, di tanto in tanto, di fare una visita nei bassi fondi per capire meglio le condizioni di vita dei poveri quasi fossero ad uno zoo di animali. 

Tutto questo, per quanto ormai appartenne al passato, dovrebbe far suonare qualche campanello nella nostra testa e apparire incredibilmente attuale.

Per quel che riguarda il punto di vista tecnico la pellicola è come sempre impeccabile, anche se stavolta la mano di Scorsese decide di affiancare al Kolossal una messa in scena carica di citazioni, sopratutto verso il cinema italiano, dove i numerosi omaggi a Leone saltano all’occhio nell’immediato. Il montaggio, come per i tanti altri lavori realizzati in passato, è efficace come può essere solo quello della collaboratrice storica del regista di Toro Scatenato, Thelma Schoonmaker, incapace di appesantire la pellicola o caricarla di un eccessivo dinamismo. Paradise_Square_n

L’ottimo lavoro per quanto riguarda alla messa in scena è stato fatto anche da Ferretti per quel che riguarda le scenografie, i set e le ambientazioni in generale, tutte quante ricostruite a Cinecittà, scelta presa dal regista stesso di voler girare gran parte del film in Italia. Ottima anche la colonna sonora, curata da Howard Shore, che vanta un gran numero di ballate, canzoni da pub o da taverna dell’epoca davvero suggestive e coerenti con la messa in scena.

Parliamo infine degli attori, i quali, come per molti altri film del regista, si sono lasciati coinvolgere anche per piccole e brevi parti. Il Cast vanta nomi di alto livello come ad esempio, Stephen Graham, Gary Lewis, John C. Reilly, Liam Neeson o Brendan Gleeson,fee6b929-853e-4005-9f4c-84a01b039cd2_cameron_diaz_gangs_of_new_york occupati in ruoli secondari che tuttavia ricoprono con maestria e rispetto.

Ancora una volta si assiste ad una collaborazione tra Scorsese e DiCaprio, il quale riesce sempre a stupire per il talento e per la poliedricità, non donando (magari con il senno di poi) la sua miglior prova, ma rimanendo sempre eccellentemente legato nel corpo e nello spirito al personaggio di Amsterdam Vallon. Il vero “peccato”, o rammarico, è che DiCaprio, per quanto sia pieno di potenziale, sembra quasi sparire quando in scena vi è Daniel Day-Lewis che nelle vesti di William (Bill) Cutting detto “Il Macellaio” regala a noi tutti un’interpretazione (accompagnata da un ottimo doppiaggio a cura di Pannofino) eccezionali e da antologia, capace di far mettere in ombra qualsiasi cosa ogni qual volta che questi appare sulla scena e viene inquadrato dalla telecamera. 

Lezione di recitazione e grande prova da attore per un uomo che ormai, con 3 Oscar nelle sue tasche, pur rimanendo poco popolare si dimostra essere uno dei miglior attori su piazza in assoluto.

Commento Finale 
Gangs of New York è per molti critici l’anello debole della filmografia di Scorsese e forse, per certi aspetti, il film risulta davvero imperfetto e mostra qualche lacuna, ma nel complesso questo rimane un lavoro ottimo, per certe sfumature gangs-of-new-york-2002-43-gdi significato eccezionale, curato sotto ogni minimo dettaglio e diretto (ed interpretato) in maniera eccelsa. Martin Scorsese decide di parlare della sua New York dopo l’11 Settembre mostrando al mondo le sue origini e il luogo da cui (solo in parte) proviene e dove è cresciuto, mettendo in luce le tante ombre della città e le conseguenze nefaste della guerra. 

Una pellicola, questa, che di certo avrebbe meritato molti riconoscimenti, scansata agli Oscar quell’anno dal musical Chicago, ma che al contrario di quest’ultimo, riesce ancora a conquistare, rimanere tremendamente attuale e smentire coloro che la etichettano come una delle pellicole minori del regista. 

Scorsese sa che l’America non è nata sotto la bandiera della pace, non è nata sotto buoni propositi, ma è stata creata con il sangue, con le lotte e la violenza, ennesima manifestazione della vera natura umana2431_4 e nel mettere a nudo l’anima vera del popolo che “l’ha adottato”, il regista italo-americano è riuscito a confezionare un film imperdibile, privo di retorica e con un finale coinvolgente, eccezionale, emozionante e (banalmente) magnifico seguito dalle note della canzone degli U2 : The Hands That Built America.

Perché se da un lato la storia ci insegna a ricordare i grandi eventi del nostro passato con una coscienza accademica, essa stessa il più delle volte, ci porta a dimenticare le “semplici” storie degli uomini e delle donne che l’hanno “costruita”, rendendoci (quasi) insensibili e “per quelli che vissero e morirono nei giorni della Furia, fu come se tutto quanto avevano conosciuto fosse stato spazzato via e qualsiasi cosa sia stata fatta per costruire la città, per il tempo a venire, sarebbe stato come se nessuno di loro fosse mai esistito.” 

martedì 9 settembre 2014

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono 

"Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e regala a noi tutti un film veramente eccellente"

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Adam è un musicista underground immortale, che si riunisce con quella che è stata per secoli la sua amante, dopo essere diventato depresso e stanco per la direzione che ha preso la razza umana. Il loro idillio è però interrotto e messo alla prova dall'imprevedibile sorella minore di lei. Possono questi delicati outsiders continuare a sopravvivere mentre il mondo moderno crolla intorno a loro?

Recensione

Presentato alla sessantaseiesima mostra del cinema di Cannes, Solo gli Amanti Sopravvivono ha sempre destato interesse ed un certo alone di mistero in gran parte dei seguaci di Jarmusch e non; A rendere immortale questo interesse a livello mediatico è stato anche (e sopratutto) il cast, chiamato a raccolta in questa ultima fatica dell’autore americano, tra i cui nomi compare quello di Tilda Swinton e Tom Hiddleston (il Loki dei film Marvel).
Only Lovers Left Alive, arrivato da noi finalmente in sala, non delude minimamente le aspettative e si rivela essere uno dei migliori film dell’annata appena passata nonché, forse, il migliore del regista e del genere “horror” degli ultimi anni. Se, infatti, avevamo ormai fatto l’occhio ad una interpretazione della figura del vampiro in chiave eccessivamente romantica, scialba, priva di radici e reindirizzata in una visione superficialmente moderna, con tanto di ubicazione non più europea, ma Americana, con questa pellicola non solo il regista scandisce in modo eccelso la genesi e la vera natura del demone, ma principalmente lo incanala in una vicenda che fa del dramma esistenziale il suo punto di forza, mettendo in evidente secondo piano l’elemento sovrannaturale, pur rimanendo, costantemente, attaccato e devoto ad esso grazie anche alle atmosfere e alla sceneggiatura.sologliamantisopravvivono_xl3-654x404
Adam e Eve sono di fatto due esseri immortali, due vampiri, ma la loro vera natura non li rende poi tanto differenti da noi umani (che loro chiamano però - e non casualmente-  zombie);  ciò che veramente li contraddistingue non è tanto la sete di sangue, bensì la consapevolezza di saper vivere nel modo odierno, in preda alla rovina e alla decandeza. Ecco, dunque, uno dei tanti grandi aspetti della pellicola, ovvero, quello di non impressionare lo spettatore con la teatralità e la paura, ma di servire una storia che se pur espressa da un punto di vista completamente differente dal nostro, rimane universale e accessibile a tutti. E’ la consapevolezza dell’essere, del sapere “chi sei?” che muta profondamente Adam, un vampiro che passa le proprie giornate a comporre musica funebre, sposato con la bellissima Eve (la quale tuttavia abita a Tangeri mentre lui a Detroit) e scontroso verso la sorella di quest’ultima: Ava (interpretata da una frizzante ed efficace Mia Wasikowska).17802-trailer-italiano-solo-gli-amanti-sopravvivono
L’incontro tra i due amanti è l’escamotage necessario per allestire la vicenda, una storia tanto semplice quanto interessante e verosimile che non riesce mai ad apparire stonata, ma che grazie a quell’aspetto gotico e sinistro assume sempre più i contorni di un dramma psicologico. A favore di tutto questo vi è poi un continuo ed incessante omaggio/attaccamento alla cultura universale che colora la pellicola in ogni inquadratura e che spazia dalla letteratura classica fino a quella moderna, ove è possibile cogliere tributi e citazioni evidenti o meno, ma mai artificiose o campate in aria. Non è un caso, infatti, che l’intero lungometraggio sia un continuo rimando al mondo occidentale del passato, all’Europa ed alla civiltà del vecchio continente e questo lo capiamo sin dai dialoghi, quelli tra Eve e Adam, incentrati su Byron e Mary Shelley (che i due hanno conosciuto) o dalle fotografie appese nella camera da letto di quest’ultimo (dove vengono ritratti scienziati e scrittori come ad esempio Wilde, Poe, Newton, Darwin.)Cannes/ Only Lovers Left Alive
Il cuore, tuttavia, del film non è la storia d’amore, bensì la denuncia che Jarmusch compie nei confronti del genere umano, che non a caso liquida con la parola “zombie” quasi ad indicare uno stato in cui l’uomo è più simile ad un automa, un essere senza anima e cervello che continuamente sbaglia e si lascia guidare dall’istinto, dalla carne e dalla corruzione, carnefice del proprio destino nonché emblema evidente della propria inciviltà e ignoranza, carico di difetti che nel corso della storia l’hanno sempre portato a voltare le spalle alla scienza ed al progresso.
Eppure se in un primo momento sembrerebbe quasi scontato pensare ai vampiri come esseri superiori e nettamente più intelligenti, Solo gli Amanti Sopravvivono ci mostra in fine che dietro alle tante parole, dietro all’eternità e alla saggezza si nasconde persino in essi un bisogno primordiale di sangue e vita del quale non possono farne a meno; così, la pellicola, si conclude con una frase emblematica, nonché in forte contrapposizione con la natura stessa di chi la pronuncia, scandita dalla androgina e bellissima Swinton, la quale se in un primo momento (ed in un altro luogo) rimprovera la sorella per aver tolto la vita ad un mortale come si usava fare nel XV° secolo, sarà lei medesima a portare lo spettatore ai titoli di coda sussurrando che “da più di cinquecento anni non provavano a nutrirsi come una volta” e che è giunto il momento che essi tornino ad essere i “predatori” di un tempo.32612_fb
Tecnicamente il lavoro svolto da Jarmusch è senza difetti, ancorato a sequenze geniali che vedono una messa in scena davvero di grande impatto visivo accompagnata da una continua costanza nel voler unire la musica alla vita dei protagonisti, il tutto condito da una regia molto adagiata, lenta ma incapace di annoiare portandoci quasi a pensare che dopo due ore non si sia assistito a nulla di eccezionale, ma facendoci poi ricredere subito su quanto detto. Le musiche, inoltre, sono suggestive così come le scenografie, dai forti richiami gotici rivisti in chiave moderna, fino poi portati ad avere sfumature quasi fiabesche, complici di tutto questo le influenze del cinema di Neil JordanTim Burton e pellicole del passato con protagonista Lugosi e Lee.

Commento Finale

Solo gli Amanti Sopravvivono si presenta come una delle migliori pellicole su piazza, un’opera tanto complessa ed invitante che riporta in auge la vera natura del vampiro,ONLY-LOVERS-LEFT-ALIVE-10 concedendogli una sfumatura non più “romantica”, allontanandolo dallo stereotipo Meyeriano e portandolo su un livello intellettuale molto più interessante e suggestivo, ove a farla da padrone è la coscienza di sé stessi e la consapevolezza di essere parte di un mondo decaduto. Forte di un cast in stato di grazia, dove però ad avere la meglio è indubbiamente Tilda Swinton, seguita da un’ottima performance della Wasikowska e Hiddleston, rimane estremamente affascinante persino la figura del drammaturgo Marlowe interpretato dal sempre eccellente John Hurt.
Se cercate un film sui vampiri, se volete dimenticare Twilight, se, in cuor vostro, siete alla ricerca di un bel film capace di entrarvi dentro, fin nelle ossa, farvi ragionare e riflettere, se amate e conoscete la letteratura (così come la cultura in generale) e siete all’inseguimento di una storia straziante, dai toni dark, ma tutt’altro che superficiale, Solo gli Amanti Sopravvivono è il film che fa per voi, una pellicola che si allontana dal genere di appartenenza per parlare dell’uomo e della sua natura in contrapposizione a quella del vampiro. Con questo lavoro Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e dona a noi tutti un film veramente eccellente.
Claudio Fedele

lunedì 5 maggio 2014

Recensione di Frankenweenie

Recensione di Frankenweenie 
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Dopo la morte del fedele cane Sparky, il piccolo e solitario Victor, amante dei film horror e della scienza, lo riporta in vita usando uno strano macchinario. L'esperimento riesce, ma Sparky va tenuto nascosto per non spaventare il vicinato. Il simpatico cagnolino però fugge, provocando la curiosità di Edgar, il ragazzino gobbo del quartiere, che supplica Victor di insegnargli a resuscitare i morti. I due riprovano il miracolo con un pesce rosso, che si rianima ma diventa invisibile…

Nel parlare di Frankenweenie potremmo dire, molto sinceramente, che quest'ultimo segna, per certi aspetti, un ritorno alle origini, non solo dal punto di vista dell’impostazione attraverso la quale Burton decide di mettere in scena la pellicola: il sto-motion; ma anche e sopratutto per via della casa produttrice cinematografica, la Disney, che anni addietro, proprio per il suo corto omonimo decise di licenziarlo. Troppe scene poco adatte ad un pubblico giovanile e una storia eticamente eccessivamente in bilico con forti tinte “dark”.Eppure, anni dopo, il regista di numerose opere che hanno segnato la storia del cinema recente come Edward Mani di Forbici o Big Fish, è tornato negli studios di Topolino e Paperino per mettere la parola fine ad un lavoro che era stato scartato e ritenuto banale dai dirigenti dell'epoca.
Frankenweenie è un film di animazione come pochi, un lavoro encomiabile, sublime, curato e ben fatto nonché prova della inesauribile fonte di idee e di fantasia di Burton, il quale è riuscito a dirigere una pellicola che se analizzata come tale, ovvero come film per ragazzi fatto interamente al computer, riesce quasi a catalogarsi come un vero e proprio capolavoro. FRANKENWEENIEGuardatevi attorno con estrema attenzione e siate sinceri con voi stessi poiché, da qui a quattro anni, la Pixar non riesce più a sfornare i prodotti di un tempo (dopo il magnifico Wall.e e Up) e la concorrenza di oggi di certo non può arrivare a competere con Frankenweenie, che si rivela essere senza vergogna un lungometraggio tanto indirizzato ai più piccoli quanto profondo ed interessante per gli adulti.
L’elemento più lodevole è che Burton non si è dovuto adattare al target a cui era destinato il film, ma ha fatto si che quest’ultimo si adattasse e si modellasse secondo le sue tematiche e la sua visione del mondo, ciò è possibile comprenderlo già dalla messa in scena, tipicamente Burtoniana e dalla fotografia: un bianco e nero che omaggia i film dell’orrore del passato come quelli di Bava, al quale il regista più volte si è ispirato per numerose scene e sequenze, oppure a quelli con protagonista il grande Christopher Lee nelle vesti di Dracula!

Dietro, quindi, ad una storia semplice e ricca di buoni sentimenti e buoni propositi si dipanano tutta una serie di critiche e messaggi coerenti con l’ottica del regista di Sleepy Hollow, a partire dalla rappresentazione di gfuna cittadina bigotta e ignorante che crede ad occhi aperti alla superstizione ma non pone fiducia nella scienza, ma che anzi in essa vede una acerrima nemica e della quale nutre una terribile paura. Proprio sull’elemento etico e scientifico la storia di Sparkly vuole andare, per certi aspetti, a parare servendo su un piatto d’argento, e mostrandosi come una intelligente (non) parodia del Frankenstein di Shelley, il problema etico e morale a cui uno scienziato deve fare appello ogni qual volta si decida di voler compiere un preciso esperimento. Victor, il giovane protagonista, è in questo senso spinto a compiere un gesto estremo e inumano, sfidando le leggi della natura e non prendendo in considerazione le potenziali conseguenze che scaturiranno dalle proprie azioni.

Per quanto riguarda la regia la pellicola è impeccabile, piena di ammiccamenti, omaggi, citazioni e inquadrature studiate fin nei minimi dettagli, il tutto poi è accompagnato ancora una volta dalle suggestive quanto ben dirette musiche dello storico compositore di Burton, Danny Elfman che di tanto in tanto sa regalare alle orecchie degli spettatori alcuni motivi davvero ben riusciti. Ottime anche le animazioni, curate, particolareggiate e naturali in ogni momento.vv
Frankenweenie in definitiva è un nuovo capolavoro dell'animazione, capace di unire un pubblico di grandi e piccoli sfornando tematiche interessanti e profonde in modo semplice e delicato, la riprova che il talento di Tim Burton non solo non vuole decidersi a diminuire con il tempo, ma soprattutto che riesce sempre a riciclare con innovazione storie e temi a lui cari a cui ci ha abituati ormai da molti anni senza apparire banale o dare la sensazione di vedere sempre al cinema la stessa trama. La “triste” storia di Sparkly, un po’ come i migliori film Pixar di una volta, deve assolutamente essere vista da chi professa di amare il cinema, non solo dai fan di Burton o da coloro che amano il suo stile; Frankenweenie è un lungometraggio che ha tutte le carte in regola per brillare di una luce propria e non scemare accanto ai colossi del genere poiché anche Victor ed il suo amato cane, di fatto, sono una delle coppie più belle che si siano viste al cinema negli ultimi anni, messi al centro di una avventura magicamente indimenticabile!

giovedì 17 aprile 2014

Recensione di Rio

Recensione di Rio
RIO 1Blu è un esotico pappagallo domestico ormai convito di essere l’ultimo esemplare della sua specie, ma quando la sua padrona viene a conoscenza dell’esistenza di Gioiel, una pappagallina* tutto pepe che vive a Rio de Janeiro, i due partono per la più grande avventura della loro vita. Dal momento che non ha mai imparato a volare Blu diventerà amico di un gruppo di uccelli brasiliani davvero scatenati che lo aiuteranno a vincere la paura per il volo e a compiere il suo destino.
Carnevale di colori a suon di samba e canzoni orecchiabili, ecco cosa Rio propone al pubblico su un vassoio d’argento, figlio di Carlos Saldanha il quale aveva già diretto L’Era Glaciale ed i suoi due seguiti portando in alto il nome della Blue Sky Studios e facendola conoscere al grande pubblico come una concorrente nel campo dei film di animazione della più nota Disney Pixar.
Rio, senza voler rivoluzionare i canoni classici su cui si basano i film indirizzati prettamente ad un pubblico di giovani, riesce nella sua semplicità, nei suoi colori e nelle sue sfumature ad essere un prodotto godibile ed interessante che saprà divertire i più piccoli e al tempo stesso soddisfare i grandi;Rio un divertimento dunque legato ad un tipo di intrattenimento intelligente guidato da una storia semplice, ricca di azione e mai banale.
Ecco dunque che, esattamente come era successo per Ice Age, Saldanah da maggior spessore ancora una volta sul grande schermo agli animali prima degli umani, che qui come non mai non solo vengono messi in una luce quasi ambigua e talvolta anche un po’ banale, ma proprio su di essi il regista scaglia la critica più grande ed al contempo reale, accusandoli apertamente di essere i veri responsabili della rovina e del degrado della natura. Una lettura, dunque, interessante nonché molto attuale dato che oggi giorno sono sempre più presenti commercianti ed uomini d’affari a cui poco importa se quel che si vende è un esemplare in estinzione da cui dipendono le sorti di una intera specie o se esso sia ancora vivo ed in buone condizioni.
Tuttavia, se volessimo essere ancora più precisi e addentrarci ancor di più nel dettaglio della pellicola, va detto che Rio, tra rocambolesche avventure e personaggi sopra le righe, spassosi e mai troppo stereotipati, mostra una faccia della società brasiliana da tenere concretamente in considerazione. Di fatto magari ad una visione superficiale tutto ciò non salta istantaneamente all’occhio, ma regista e troupe sono riusciti a mostrare alcuni dei “difetti” della città di Rio De Janeiro, e per estensione di tutto il Sud America, rio 4senza cadere nel banale o far gridare allo scandalo, come ad esempio lo sfruttamento minorile o la estrema povertà.
La pellicola della Blu Sky inoltre gioca molto con la fotografia, l’estetica, grazie alle tante specie di pappagalli, con le canzoni e le scenografie proponendo una trasposizione di Rio veramente fedele e curata, tanto scatenata quanto oscura, ma pur sempre pacifica e completamente presa dal carnevale la cui fama non smette mai di scemare con il tempo. Ottime, inoltre, le animazione e la realizzazione degli uccelli, sopratutto per quanto riguarda i due protagonisti, legati assieme più da una (non) necessità che dalla volontà, mentre un po’ troppo poco originali nonché curate le animazioni ed i modelli per gli umani, aspetto che in futuro è bene migliorare poiché, alla fine, per quanto di scarsa importanza sia ciò questo rappresenta l’unica vera falla del film, Film Review Rioil quale gode, dobbiamo ammetterlo, di un’ottima stereoscopia 3D che saprà darvi la giusta profondità e le giuste sensazioni durante le scene di volo.
Rio è una pellicola che ci sentiamo caldamente di suggerire, non tanto per la sua storia, originale ma essenzialmente già vista in alcuni frangenti ed espedienti, quanto per il messaggio ambientalista/animalista/umanitario che quest’ultima vuole dare a voi tutti e che riuscirà ad arrivare con semplicità sia agli adulti che ai più giovani. Con un’esplosione di colori che ancor oggi pochi lungometraggi di animazione ci hanno saputo offrire, con un protagonista macao tanto simpatico quanto a volte insopportabile, l’ultima fatica di Saldanah è una gioia per gli occhi e per le orecchie, un divertimento per i piccoli ed un intrattenimento intelligente per tutti.