sabato 8 novembre 2014

Lo Hobbit: Verso L'ultimo Addio

Lo Hobbit: Verso L'ultimo Addio

10467040_10152521102786558_6318007250642602741_oHa fatto stare in ansia un mese intero il nuovo, finale e definitivo trailer de Lo Hobbit - La Battaglia delle Cinque Armate, l’ultimo sguardo che Peter Jackson ha rivolto alla Terra di Mezzo e che arriverà nei cinema di tutto il mondo il prossimo Dicembre, in italia, precisamente, Giovedì 17. Sono passati ben tredici anni dall’inizio di quella che sarebbe diventata a priori la saga fantasy per eccellenza, che per come è state gestita cronologicamente ricorda vagamente gli Star Wars di Lucas dato che anche qui abbiamo assistito ad una gestazione del materiale inversa proprio in modo analogo a quel che accade con Guerre Stellari, ove i capitoli I,II e III vennero realizzati anni dopo i successivi IV, V, VI.
Ma nella sua discontinuità, legata essenzialmente alla preparazione e pre-produzione, Lo Hobbit è riuscito subito a conquistare gran parte del pubblico, non senza muovere qualche critica qua e là, un po’ perché il nome di richiamo de Il Signore degli Anelli, a cui è allegato, non è tutt’ora invecchiato di un sol giorno, ma anche e sopratutto perché è stato grazie alla prima trilogia diretta da Jackson che il genere Fantasy è esploso, nei cinema, letteralmente invadendo e creando tutta una serie di prodotti derivati che tutt’oggi si contrappongono alla storia della Compagnia dell’Anello o dalla quale dipendono esteticamente e non. Che si parli di Trono di Spade, Le Cronache di Narnia o affini, Jackson, esattamente come Tolkien con i manoscritti, ha saputo dettar legge, inserire tutta una serie di sfumature nei suoi film THE HOBBIT: THE BATTLE OF THE FIVE ARMIES(a partire dalla tanto discussa, ma essenziale motion capture) che ancor oggi gettano le basi per produzioni riuscite o meno, televisive o cinematografiche.
Il regista neozelandese non è soltanto, però, arrivato a concepire un mondo immaginario e a dargli una coerenza visiva nonché estetica ricca di dettagli, ma a lui va il grande merito di aver portato l’attenzione delle case produttrici cinematografiche nella propria terra natale, la Nuova Zelanda ove proprio in questi anni l’industria del Cinema ha visto accrescere in modo sorprendete le proprie risorse e guadagni, prendendo sotto la propria ala la cura e realizzazione di numerosi film, come ad esempio Avatar, i cui seguiti verranno girati proprio negli studios neozelandesi o la nuova trilogia de Il Pianeta delle Scimmie.
Tornando con i piedi per terra, concentrandoci sulla novità del momento, vale a dire il Main Trailer dell’ultimo atto de Lo Hobbit, uscito con la distribuzione THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIESnelle sale del film Interstellar lo scorso 6 Novembre, è parso doveroso mette in risalto alcuni punti salienti dei 2 minuti e mezzo mostrati, che fungono ormai da ultimo step prima del 17 Dicembre, ma dove già all’interno è possibile notare alcuni piccoli dettagli di assoluto valore, non solo visivi, ma anche essenziali a livello di trama.
Dato che nessuno ha in mano lo script, né condivide i pensieri con Peter Jackson quelle che seguiranno non saranno altro che riflessioni, basate anche su gli eventi descritti nel libro, e in esse cercheremo ovviamente di inserire il numero minimo di spoiler che tuttavia, avvertiamo già coloro che volessero evitarli, per ragioni logistiche saranno comunque in minima parte presenti.

La Follia di Thorin
THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIES
Uno dei protagonisti assoluti di questo main trailer, tanto da mettere in secondo piano Smaug, Bilbo, Anello e Elfi, è Thorin Scudodiquercia. Il discendente della nobile casa di Durin, ormai conquistata la Montagna Solitaria, sembra essere stato preso dalla follia e dall’avidità, tanto che, sebbene ce lo avesse già anticipato Armitage, fin da ora possiamo vedere come questi si stia inimicando non solo coloro a cui aveva promesso oro e ricchezza, ma anche i nani, suoi alleati THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIESnonché compagni di viaggio e lo scassinatore Bilbo. L’atteggiamento di Thorin sembra, così, esasperato, ma riprendendo in modo costante il climax psicologico che abbiamo già visto nei due precedenti capitoli, ove appare assai chiaro che il regista, Jackson, voglia farne di lui un personaggio molto più teatrale e oscuro di quello immaginato dal professor Tolkien, capace di godere di una serietà e drammaticità degna dei drammi del Bardo o dei personaggi del Signore degli Anelli. La bramosia di questo nobile nano lo porterà quasi ad essere un nuovo Gollum, attaccato e dipendente da una sola cosa, l’oro, dalla quale non vuole e non può separarsi, che lo porterà lentamente alla pazzia totale.

"Lasciate Sauron a Me"
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L’elemento forse più importante, nonché essenziale per chi cercasse ancora segni di unione tra questa trilogia e la precedente, ci viene ancora una volta qui mostrato attraverso l’intervento del Bianco Consiglio a Dol Guldur, ove Saruman, Elrond, Radagast e Galadriel vanno in soccorso di Gandalf che avevamo lasciato prigioniero del Negromante alias SauronTHE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIESOra, per quanto spettacolare sia assistere ai nove spettri dei Cavalieri Neri che avanzano in cerchio attorno a Lady Galadriel e al povero Gandalf il Grigio, messi in una posa da ricordare la Pietà Vaticana, nulla può attirare l’attenzione, per un fan o spettatore attento, delle parole proclamate da Saruman: “Leave Sauron To Me”. Anche se stiamo ancora navigando nelle ipotesi e nell’ignoto, va detto che la frase assume fin da ora un’importanza non da poco, poiché sarà proprio l’esito del “duello” tra Christopher Lee e Sauron (doppiato in originale da Cumberbatch) a traghettare la figura di Saruman da Lo Hobbit a The Lord of the Rings e nel dire questo ci riferiamo anche e sopratutto al cambio di alleanza che quest’ultimo farà. Che poi il tutto, sempre che non sia stato tagliato in alcuni sequenze per la futura Extended Edition godrà di una estrema spettacolarità, che si conforma alla natura della pellicola, lo abbiamo capito fin da subito, persino con l’entrata in scena di Galadriel che qui più che mai sembra essere intenzionata a sprigionare il proprio potere per difendere Gandalf assieme a Elrond.

"Hai portato solo Rovina"
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Arriviamo ora a parlare degli uomini, di quelli di Pontelagolungo poiché se da una parte abbiamo intravisto il Governatore assieme ad Alfrid fuggire via dalle fiamme su una barca, non si può dire certo che Bard, che avevamo lasciato nelle prigioni della cittadina, abbia intrapreso la stessa vile e vigliacca via di fuga. Lo vediamo prima alle porte di Erebor a recriminare a Thorin i problemi che a creato che sono di gran lunga di più dei benefici che ha portato e poi assistiamo a qualche secondo in cui si intravede Pontelagolungo in fiamme, grazie all’intervento di Smaug, ove il chiattaiolo cerca di recuperare l’ultima freccia nera ereditata dal suo avo Girion, unico mezzo con cui uccidere il temibile sputafuoco.

I Cinque Eserciti
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Quando la stampa annunciò che il terzo capitolo de Lo Hobbit sarebbe stato intitolato non più “There and Back Again”, vale a dire “Racconto di un Ritorno”, molti storsero il naso. Ancora una volta Peter Jackson si era preso una libertà che pochi fan del libro e del film erano propensi a concedergli. Eppure, con il passare dei mesi, il nuovo titolo “La Battaglia delle Cinque Armate”Schermata 2014-11-07 alle 19.11.28 (in inglese “Battle of Five Armies") ha assunto sempre più un tono ed un valore di gran lunga più coerente e significativo con quel che fino ad ora abbiamo potuto vedere. Indicando, senza mezzi termini, l’atmosfera del prodotto finale. Sembra, infatti, che saranno proprio gli eserciti dei Nani, Elfi, Bestie, Uomini e Orchi ad essere i veri protagonisti di questo ultimo lungometraggio ambientato nella Terra di Mezzo. E non è un caso che si sia fatta molta pressione sul fatto che saranno ben 45 i minuti di battaglia tra le forze del bene e del male, tutte quante invischiate in una guerra per rivendicare il diritto di conquistare la Montagna Solitaria. Ed ecco dunque che il trailer mostra qualche frammento di ciò che vedremo al Cinema: Troll, Orchi, Azog, Bolg, catapulte, pipistrelli giganti e schiere e schiere di soldati che marciano tutti verso Erebor. Eccovi serviti, già su un piatto d’argento, dei piccoli stuzzichini con cui iniziare ad avere una vaga idea delle proporzioni epiche di cui godrà il film. Da notare come, al contrario del trailer rilasciato lo scorso Luglio così come il Poster presentato al Comic-onSmaug adesso venga quasi completamente trascurato e questo, ci porta al prossimo punto.
Un piccolo appunto: Sebbene si tratti di un Trailer, esattamente come per l'anno precedente, molte saranno le modifiche e le migliorie fatte nella post produzione, tra queste si spera si possa non assistere ad un eccessivo uso della CGI (forse vero tallone di Achille di Jackson), poiché le lacune a dir poco enormi per quanto riguarda alla verosimiglianza si vedono già in questo provino poiché gli elfi, oltre a fare movimenti macchinosi si mostrano quasi come tanti cloni stile "La Vendetta dei Sith". Auguriamoci davvero che questa sia solo una mancanza momentanea.

I Grandi Assenti
THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIES
Chi non abbiamo visto nei 2.25 minuti proposti? Subito verrebbe da dire Smaug, ma le carte in tavola sono così tante che di certo non è possibile non citare Radagast, che fino a prova contraria dovrebbe aver parte all’intervento del Bianco Consiglio a Dol Guldur o quanto meno dovrebbe avvisarli, così come gli è stato chiesto da Gandalf ne La Desolazione di SmaugLegolas e Tauriel hanno in questo trailer un ruolo quasi marginale, così come i nani ad eccezione di Kili che non sembra più condividere le idee e intenzioni di Thorin ribellandosi a viso aperto. Infine, tra gli assenti, inseriamo anche Dain II Piediferro, anche se la soundtrack a lui dedicata (già possibile ascoltarne 1.30 minuti su 6 in itunes) si candida come uno dei migliori pezzi scritti da Shore in questa nuova trilogia e Beorn, il quale forse inserirlo già ora avrebbe, magari, voluto dire rivelare troppo dato che questi apparirà, di certo sullo schermo, in un momento chiave.

Bilbo Baggins 
THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIES
Due parole, infine, su Lo Hobbit per eccellenza, vale a dire il prode Bilbo Baggins che da essere sempre in perfetta sintonia con gli usi e costumi del suo popolo si è ritrovato invischiato in una rocambolesca avventura. Bilbo, esattamente come gli aveva preannunciato Gandalf nel suo salotto due anni or sono, è cambiato e probabilmente in modo molto radicale, così tanto da non sapersi riconoscere qualora il suo “vecchio” sé stesso lo guardasse dinanzi ai propri occhi. Se del Bilbo Baggins di Casa Baggins in questo ultimo capitolo rimane ben poco, sarà interessante scoprire, come sempre, come Jackson abbia gestito i mutamenti e le azioni di quest’ultimo in questa pellicola, conscio del fatto che anche lui dovrà mettere le basi, forse più psicologiche che di altro genere, per allacciarsi al vecchio Bilbo interpretato da Ian Holm che, stando alle informazioni trapelate,Schermata 2014-11-07 alle 19.13.31 dovrebbe comparire anche in questo film. Che la scena finale non sia Bilbo che va ad aprire la porta a Gandalf per il suo 111° compleanno nella Contea? Difficile dirlo, anche se la speranza rimane.
Non resta che aspettare poco più di un mese e poi ogni dubbio verrà sciolto, il cerchio troverà la sua conclusione, chiudendosi dopo ben 13 anni e segnando, ancora una volta, un’era, nel bene o nel male, e forse quando scorreranno i titoli di coda, accompagnati da The Last Goodbye per qualcuno La Terra di Mezzo mancherà davvero.
Buona Fortuna Peter!
 
 Un Anello per Domarli Tutti 
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Claudio Fedele

giovedì 2 ottobre 2014

Recensione di Dragon Trainer

Recensione di Dragon Trainer 

"Rimanendo attaccato saldamente ai canoni del genere e della storia, Dragon Trainer si rivela un lavoro portato alla luce con passione e impegno"
Poster
Trama 

È ambientata nel mitico mondo popolato da giganteschi vichinghi e draghi selvaggi la storia di Hiccup, un giovane vichingo che non riesce ad adattarsi alla lunga tradizione della sua tribù di eroici cacciatori di draghi. Insieme a un gruppo di altri nove giovani entra a far parte dell'impresa militare denominata "The Dragon Initiation Programme" che lo catapulta subito in una grande avventura: per compiere il rito iniziatico che lo traghetterà all'età adulta Hiccup dovrà infatti catturare un dragone. La vita di Hiccup sarà stravolta dall'incontro con questo drago, che sfiderà lui e i suoi compagni a vedere il loro mondo da un punto di vista completamente diverso. Scoprirà così che ciò che era iniziato come un'opportunità per dimostrare il suo valore si trasformerà in un'occasione per stabilire un nuovo corso per il futuro di tutta la sua tribù.

Recensione 

Le storie di amicizia tra uomini e “animali”, sebbene in tal caso non si parli di una bestia qualunque, ma di quello che rappresenta ormai l’elemento fantasy per eccellenza, ovvero il drago (o viverna), ha sempre affascinato l’uomo che grazie al suo estro e fantasia è riuscito a portare a galla avventure e trame originali e cariche di sentimento che a loro volta hanno riscosso un enorme successo di pubblico e critica. ruffnut-snotlout-astrid-fishlegs-e-tuffnut-sono-alcuni-dei-protagonisti-del-film-dragon-trainer-145282
Adottando, così, una formula del tutto non originale e proponendo una ambientazione tanto mitologica quanto inesplorata, gli antichi villaggi dei Vichinghi Islandesi, Dragon Trainer si mostra ai nostri occhi come un film che è grazie ad un’ottima fusione tra estetica e contenuti riesce a convincere e risultare in gran parte gradevole pur non proponendo niente di rivoluzionario.
La storia infatti tra il piccolo Hiccup e Sdentato, una rara e temibile specie di drago chiamata dagli abitanti di Berk “Furia Buia”, è una delle più classiche a cui possiamo immaginare di assistere, ma l’attaccamento, in questo caso, ai canoni del genere non fa di questo film un punto di debolezza, poiché l’intera vicenda, in fin dei conti, riesce a ruotare attorno ad una scenografia azzeccata e capace di dare scorci di paesaggi nordici mozzafiato con l’aggiunta di un ottimo uso del 3D, il quale aumenta ancora di più godibilità della pellicola senza risultare alle lunghe forzato o fastidioso.2-12895248
Il fulcro dell’intera produzione sta essenzialmente nel doppio rapporto tra il protagonista con il suo (nuovo) amico drago ed il suo popolo poiché se da una parte Hiccup troverà in Sdendato un essere capace di renderlo felice e valorizzare le sue capacità, le quali non si confanno di certo alle più tradizionali virtù del suo popolo, portandolo di conseguenza a maturare e crescere, dall’altra vi è la grande difficoltà da parte del protagonista nel farsi accettare dalla gente del proprio villaggio. Vedendo, dunque, una società come quella vichinga, qui rappresentata, ancorata ai valori della guerra, il rapporto tra quest’ultimo e la furia buia simboleggia non solo gli errori degli uomini verso le ciò che non conoscono, ma anche e sopratutto una denuncia al pregiudizio verso coloro che vedono come diversi e per questo pericolosi.
La pellicola, di fatto, procedendo ad un ritmo moderato, senza tante scene di azione, ad esclusione di un finale mozzafiato, sottolinea sempre di più la voglia di voler fare un ritratto sia antropologico che zoologico, dove ad emergere non sono tanto le differenze tra due specie diverse ma tutti quei particolari che le rende simili. Dragon-Trainer-Sdentato
Tutto questo è poi amalgamato con estrema naturalezza ad una colonna sonora orecchiabile e capace di sposarsi perfettamente con i toni del film, unita da brani arrangiati in modo coerente con quel che viene proposto sullo schermo dal compositore John Powell. I draghi, inoltre, sono ognuno differente dall’altro, diversi e dai tanti colori, essi appaiono sia temibili che simpatici e riescono a colpire lo spettatore per le tante differenze sia anatomiche che per quel che riguarda il combattimento.

Commento Finale 

Dragon Trainer è un passo in avanti importante per la DreamWorks, perché conferma che non solo la Pixar può contare su storie incedibili e profonde e con questa pellicola la casa produttrice può ritenersi soddisfatta di una storia che nel complesso, pur rimanendo del tutto priva di una qualunque originalità, riesce a soddisfare, Dragon-Trainerdivertire e intrattenere in modo sano e intelligente, a cui si aggiunge una gran dose di ironia, scene piene di gaff tutt’altro che banali e sequenze di volo emozionanti, girate in modo davvero encomiabile. A tutto questo ben di Dio si aggiunge un’ottima rappresentazione della società Vichinga, sia in positivo che nei suoi lati negativi, una scenografia curata fin nei minimi dettagli e tutto un catalogo di draghi e viverne che coloreranno lo schermo di ogni cinema o abitazione conquistando grandi e piccoli per il numero di specie, tutte diverse, proposte in modo originale!

lunedì 29 settembre 2014

Recensione di Frank

Recensione di Frank 

"Un prodotto delicato, sensibile e critico verso il mondo della musica, mosso sempre meno dalla passione e costantemente più vicino al business"

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Un aspirante musicista si unisce a una band guidata dall'ombroso Frank, leader carismatico. Il giovane crede di avere una chance che potrebbe cambiargli la vita, ma ci metterà un po' di tempo prima di capire in che guaio si è cacciato.

Recensione 

Un giovane inglese ambizioso, nato e cresciuto in periferia, continuamente propenso a scrivere testi musicali, che piano piano prendono forma nella sua mente basandosi su qualunque cosa i suoi occhi scorgano, viene catapultato nell’universo di Frank, un uomo, un cantante, un genio che dietro al testone di cartapesta cerca, assieme alla sua band, di creare il miglior album musicale immaginabile.
Una pellicola indipendente come poche, ecco cosa è Frank, il primo film di Lenny Abrahamson che dietro alle direttive di Jon Ronson, qui alla sceneggiatura, confeziona un prodotto estremamente valido che in tutta la sua indipendenza e micro esistenza si dimostra già da ora essere un vero e proprio cult. Ronson, qui in veste di sceneggiatore, è indubbiamente un elemento essenziale nell’economia del film poiché la figura di Frank è strettamente legata al suo passato, al suo gruppo di musicisti chiamato (non a caso) Frank Sidebottom e a Christopher Sievey un tempo lui il vero possessore della grande testa protagonista indiscussa del film. Sebbene, in fin dei conti, la pellicola non si riveli una biografia, né ripercorra o alteri il passato dell’ex tastierista o della intera band prima citata, il tema principale del tutto rimane sempre e costantemente la musica, vissuta e interpretata dalle persone. 680x478
Non è un caso che la prima fatica di Abrahamson sia non solo una sorta di viaggio di introspezione dei personaggi, ma anche e sopratutto una sorta di ricerca estrema della musica, non quella fatta per il successo, ma tutto ciò che lega essa all’arte, sublimandola e immortalandola attraverso una cristallina espressione dimostrandosi, a sua volta, essere un nitido specchio delle personalità presenti sullo schermo. Dietro infatti a tutto ciò che viene mostrato vi è Frank che si rivela essere l’elemento necessario capace di mettere in continuazione in moto il motore della narrazione, invitando sempre tutti noi a far parte, passo dopo passo, del suo mondo, tanto strambo quanto affascinante. Ma se pensate di avere tra le mani un classico biopic o una storia capace di girare intorno solo alle note di un piano vi sbagliate di grosso poiché questo lungometraggio ha al suo interno tutta una serie di sottili critiche e sfumature nei confronti della società contemporanea su cui è davvero impossibile soprassedere.frank-film-02-636-380
Dopo il tanto acclamato The Social Network di David Fincher pochi lavori erano riusciti a mettere in luce l’importanza dei media, dei computer e dei social al giorno d’oggi. Frank, attraverso il volto del giovane protagonista Jon (interpretato da Domhnall Gleeson), si prende il disturbo di servire su un piatto d’argento tutti i nuovi procedimenti, nonché illusioni, che costellano la genesi e le formazioni delle varie band musicali al giorno d’oggi; perché questo film è essenzialmente un’opera basata sull’illusione, quella che crea il mondo virtuale, quella che vediamo tutti i giorni, fatta di tanti tormentoni che prendono vita in rete e che poi, da un giorno all’altro, finiscono. Perché il successo, al contrario di quel che si crede, non lo si fa con le visualizzazioni su youtube o sul web e nemmeno, purtroppo con la musica, quella vera.frank-movie
Per questo motivo Frank è una grande dichiarazione di sogni infranti, di vedute tanto diverse quanto lecite, il più delle volte, un pregevole lavoro che sembra voler dire che non è la musica ad essere importante o magnifica, ma le persone che la scrivono, creano o suonano; questo film sussurra alle nostre orecchie che se vi è passione e impegno persino cantare di “birre, bagni, sigarette e mura sporche” può essere meraviglioso e profondo. Il vero problema ormai sembra essere, però, essenzialmente i soldi e le ambizioni materiali dei molti, che consapevoli dell’importanza di essere continuamente alla moda, lasciano da parte testi e note per salire sul palco e cantare ciò che il pubblico vuole, non quello che davvero questi vogliono suonare per loro, il tutto per non apparire impopolari o essere scacciati via a suon di pomodori volanti e urla. frank-michael-fassbender

Commento Finale 

Frank è una perla rara, un film delicato come il suo protagonista, dal quale prende il nome, ma anche e sopratutto la natura e la sensibilità, un personaggio che dietro al faccione abbastanza inquietante cela il viso di un Michael Fassbender che continua ad ammaliare per la sua bravura, anche quando gli viene chiesto di recitare solo con la voce o con il corpo, privato di una qualsiasi espressione facciale. Un lungometraggio che porta al limite estremo musica e musicisti, curato sotto i minimi dettagli e suggestivo, che ci porta a pensare che talvolta bisogna rasentare quasi la pazzia per assaporare davvero i migliori suoni o creare le migliori canzoni, anche se poi, a credere che siano tali, si è sopratutto noi, mentre gli altri, coloro che vogliono fare solo soldi e successo, che non assecondano i nostri gusti o non guardano le cose con la stessa prospettiva, dirigono i propri desideri verso orizzonti musicali più commerciali e privi animo stringendo patti col diavolo o vivendo nell’illusione.

domenica 28 settembre 2014

Recensione di Across the Universe

Recensione di Across the Universe 

"Un'opera ricca di omaggi e citazioni, costantemente e solo superficialmente legata ai Beatles che si scomoda a raccontare una love story banale e scontata"

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Siamo negli anni '60. Un giovane proletario inglese va in America alla ricerca di un padre che non vede da anni e anni, e si innamora di una teen-ager, Lucy. Quando il fratello di lei viene mandato in Vietnam, i due diventano attivi pacifisti… Un film che cerca di parlare degli anni caldi dell’America recente conditi con le canzoni dei Beatles.

Recensione 

Across the Universe negli anni è diventato un vero e proprio cult tra le linee di gradimento di coloro che si dichiarano amanti dei Fab 4 e del musical in generale. Al Cinema, va detto, questo genere di rappresentazione non sempre riesce nel modo migliore e se diamo un’occhiata al passato ci accorgiamo fin da subito che, levate una o due produzioni davvero encomiabili, i lungometraggi sposati con le canzoni veramente ben riusciti sono davvero rari. In Italia poi, dal momento che nella nostra cultura questo passaggio è venuto (quasi) esclusivamente a mancare, sia nel teatro che nel cinema e solo negli ultimi anni i Musical hanno fatto parlare di sé (per esempio il Notre Dame de Paris made in Italy fatto da Cocciante), si guarda sempre con dubbi e occhiate oblique un qualunque lavoro che rientri sotto questa etichetta.Across_the_Universe_6lg
Al di là di quanto una persona, appartenente al pubblico medio, possa gradire o meno un film/opera del genere per svariati motivi, a cominciare dalle canzoni, dai temi scelti fino a chiamare in causa la storia narrata, Across the Universe è comunque un lavoro che ha saputo “dettar legge” e proporsi, secondo gran parte del pubblico, come una delle migliori produzioni musicali degli anni passati.
A onor del vero va detto, fin da subito, anche se converrete tutti che ormai “subito” non lo è più, che il film diretto da Julye Taymor è tutto tranne che eccezionale, sempre che non si tengano conto delle canzoni scomodate per essere inserite nella storia qui raccontata. Nel dire questo vorremo specificare che se dovessimo considerare questa pellicola per l’aspetto musicale questa avrebbe di certo tutta un’altra valutazione, di gran lunga positiva, poiché dato che la vicenda riprende, di tanto in tanto, la storia di alcuni dei componenti dei Beatles Across_the_Universe(attraverso citazioni, ambientazioni, nomi di personaggi o “momenti storici in generale”) modificandola e arrangiandola su quel che sarà poi un love story, quest’ultima prende in prestito anche le canzoni di Lennon & co. Dal momento in cui non si hanno né le capacità tecniche né l’arroganza di mettere in discussione perle della musica leggera recente, che hanno fatto la storia del rock, va da sé che una volta levata “la musica”, considerata in questo caso da un qualunque essere sano di mente eterna ed eccezionale, quel che ne rimane è una storia talmente banale e assaporata in così tante salse che dietro a quel velo psichedelico vintage si rivela essere un niente di concreto ed innovativo.across-the-universe
Da un lato, di fatto, abbiamo l’aspetto estetico, legato molto ai testi ed alle canzoni proposte, alla loro rappresentazione, qui viste talvolta in una prospettiva diversa rispetto all’originale perché cantate attraverso la voce dei protagonisti, alle  quali fanno sfondo scene suggestive e interessanti; dall’altra parte, però, l’impegno della Taymor nel girare i tanti “video musicali” che compongono in modo massiccio l’intero lavoro, si rivela l’unico suo vero grande sforzo, quasi a voler dire che “non conta più raccontare un film provocatorio e profondo” perché le canzoni fanno il resto. Per certi versi questo può anche esser vero, ma lo è altrettanto pensare che i Beatles, impegnati molto nella politica e nel sociale ai tempi che furono, di certo avessero un pensiero molto più profondo e personale, che qui nemmeno lontanamente viene sfiorato, incapace di cadere nei più blandi cliché del genere bellico pre et post Vietnam o riguardo alle condizioni dei lavoratori e degli operai di Liverpool.cover1300
E’ un film, così, che si allinea alla perfezione con la “politica” di altre pellicole “ruffiane” quali Forrest Gump, che fa della godibilità e della (a)drammaticità un (debole) punto di forza, capace di trascinare perfettamente il pubblico attraverso un intrattenimento niente affatto complesso ma non per questo altrettanto profondo. Un peccato aver chiamato, dunque, in causa brani che attraverso la voce di McCartney, Lennon e Harrison hanno saputo regalare emozioni e pensieri capaci di rimanere impressi nelle persone. I tanti colori sgargianti, segnati da una fotografia sempre carica di immagini sature, non danno in nessun frangente il giusto pathos ed il finale, per quanto ben architettato, nonché condizionato dall’ennesimo omaggio ai quattro di Liverpool si dimostra essere davvero fin troppo scontato.Across_the_Universe_3lg

Commento Finale 

Across the Universe si rivela essere una pellicola davvero troppo ambiziosa e pretenziosa, che con le tante canzoni messe in tavola alla fine sfocia persino in alcuni momenti banali e superficiali dove i testi dei Beatles riescono a risultare di gran lunga più interessanti della storia narrata e portano a domandarsi come mai siano stati scomodati per essere messi in un lungometraggio che fa dello scontato il suo punto di forza. Al pretenzioso, Across the Universe, aggiunge poi delle interpretazioni davvero discutibili riguardo alla messa in scena di alcuni pezzi del repertorio di Ringo, Lennon, Harrison e McCartney, a rimarcare ancor di più il fatto che per un film del genere forse sarebbe stato meglio provare a inserire brani pop di altri autori, magari meno profondi e più coerenti con la pellicola invece di “sciupare” vere e proprie poesie e testamenti. Il vero tallone d’Achille tuttavia è il protagonista, Jude, che per come la Taymor ce lo rappresenta per tutta la durata del film è davvero difficile credere ed in cuor nostro ammettere che un tale personaggio, il cui nome è ricavato dalla nota Hey Jude, possa avere il volto inespressivo e da “cane sempre bastonato” nonché “ragazzino perfettamente romantico ed un po’ sfigato” di Jim Sturgess.

martedì 16 settembre 2014

Recensione di Gangs of New York

Recensione di Gangs of New York 

"Lo Scorsese del nuovo millennio distrugge il Mito della genesi dell'America moderna rivelandone i suoi orrori in un film carico di pathos e citazioni" 

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Five Points, New York; negli anni della guerra di secessione, un giovane di origine irlandese affronta il tiranno malavitoso William "il macellaio" Cutting per vendicare il padre, ucciso sedici anni prima in una battaglia tra gang di strada.

Recensione
Con l’aprirsi del nuovo millennio, con l’entrata in scena degli anni che passeranno alla storia come la decade dai doppi zeri, Martin Scorsese decide (non a caso) di tornare a parlare di New York, la propria città natale, la metropoli che come si suol dire “non dorme mai” e dove, l’11 Settembre del 2001, un attacco terroristico cambiò, proprio nella Grande Mela, le fondamenta della storia recente degli Stati Uniti d’America.

Scorsese, tuttavia, al contrario di tanti altri registi, con Gangs of New York preferisce narrare non tanto la situazione odierna, se non attraverso metafora, ma ammiccando al passato di quest’ultima, cerca di mettere in luce quelle che furono le origini di una delle più grandi colonie Olandesi sul suolo “Americano”. Si apre, dunque, una storia ambientata nella seconda metà del 1800 dove il regista gioca essenzialmente con due universi appartenenti alla stessa medaglia, amalgamati l’un l’altro, tanto distanti quanto uniti dagli eventi storici e dalla guerra di secessione. 015-gangs-of-new-york-theredlist
Il mondo che emerge da questa pellicola è di fatto un grande minestrone di razze, dialetti, lingue (?!), usi, costumi e tradizioni, costretti a convivere tutti su quella che è la terra denominata “Nuova York”, abitata dai “nativi”, tra i quali emergono coloro che fanno parte della banda di Bill “Il Macellaio”. 

I Five Points, punto focale dell’intero lungometraggio, sono, per certi aspetti, il micro cosmo nel quale la storia si concentra interamente, ma se da una parte le vicende tra Amsterdam Vallon e William Cutting si evolvono in una sola “piccola” zona della metropoli, dall’altra Scorsese rammenta sempre allo spettatore che nello stesso preciso momento, assieme alle guerre intestine tra Gang, si devono sommare anche le rivolte Newyorkesi di coloro che si rifiutano di prendere parte alla leva per la guerra di Lincoln ed è essenzialmente questo aspetto a fornire immediatamente un particolare interessante della pellicola, che raffigura la guerra di secessione da parte degli stati nordisti non come un atto patriottico e umano, ma quasi come una sottomissione,Gangs-of-New-York una costrizione da parte del governo a partecipare ad un conflitto verso il quale molte persone (rammentiamo che si parla sempre di poveri e non nobili) non nutrono il minimo interesse, poiché troppo occupate a sopravvivere e sbarcare il lunario in una “terra estremamente selvaggia”.

Questo è per certi aspetti una sfumatura inedita, che il regista italo-americano riesce a inserire con la giusta naturalezza e coerenza nel suo lavoro, stroncando in tal modo quella visione manichea (e retorica) che troppe volte la storia regala a coloro che leggono o si documentano su gli eventi passati; a scanso di equivoci, però, Gangs of New York non vuol muovere una critica contro Lincoln o gli ideali di cui quest’ultimo si faceva portavoce e promulgava, ma si prende comunque il disturbo di mostrare tutte quelle situazioni e quei momenti scomodi di una guerra che gli Americani del Nord non sentirono veramente propria e che, a quanto pare,gangs-of-new-yorkefwq più e più volte risposero ad essa o con la violenza o con il razzismo attraverso le parole ed i fatti.
New York è dunque una città malata, un insieme di uomini e donne tutti di origine diversa e tutti costretti a vivere nel terrore, che nella zona dei Five Points non ha l’aspetto del nobile con annessi i suoi modi melliflui, ma i crudi e spietati gesti e movenze di Bill Cutting, colui che raffigura il marcio di un mondo ancorato troppo alle sue tradizione, (che poi prenderà posto, in un secondo momento, tra le file dei Repubblicani al momento dell’elezione di un nuovo sceriffo) e insensibile ad una qualsiasi forma di dialogo con persone che non si identificano come “veri americani”. Gangs-of-New-York-stills-leonardo-dicaprio-4605012-400-294

L’animo poliedrico e misto della Grande Mela lo si vede anche grazie a quel campionario di personaggi messi in scena dal regista, ove ognuno appare ben differente l’uno dall’altro, spinti all’unisono dalla primordiale necessità di sopravvivenza, ma costantemente animati da una rabbia cieca e da un sordo egoismo.
Ci sono infatti, come era lecito e giusto aspettarsi, le persone come Amsterdam, coloro che cercano vendetta per un torto subito in passato; ci sono le borseggiatrici e i politici ruffiani che cercano un aggancio con i capi della malavita o con coloro che instillano la paura nella gente per procurasi voti; ci sono le bande sempre rivali tra loro e poi ci sono gli Irlandesi, coloro che vengono costantemente presi di mira dai nativi e che, arrivati al porto, si lasciano prendere a botte o vengono persino lapidati. Una pagina, questa, che getta un’onta indelebile sull’immigrazione e sul concetto di città aperta che più volte l’America, con lo slogan de “il paese della libertà”, rivendica e del quale si vanta.gony882
Immaginate, a questo punto, come sarebbe vivere in una città del genere, dove la povertà ed il caos hanno sempre più potere e dove i ricchi signori invece vivono nel lusso sfrenato, permettendosi, di tanto in tanto, di fare una visita nei bassi fondi per capire meglio le condizioni di vita dei poveri quasi fossero ad uno zoo di animali. 

Tutto questo, per quanto ormai appartenne al passato, dovrebbe far suonare qualche campanello nella nostra testa e apparire incredibilmente attuale.

Per quel che riguarda il punto di vista tecnico la pellicola è come sempre impeccabile, anche se stavolta la mano di Scorsese decide di affiancare al Kolossal una messa in scena carica di citazioni, sopratutto verso il cinema italiano, dove i numerosi omaggi a Leone saltano all’occhio nell’immediato. Il montaggio, come per i tanti altri lavori realizzati in passato, è efficace come può essere solo quello della collaboratrice storica del regista di Toro Scatenato, Thelma Schoonmaker, incapace di appesantire la pellicola o caricarla di un eccessivo dinamismo. Paradise_Square_n

L’ottimo lavoro per quanto riguarda alla messa in scena è stato fatto anche da Ferretti per quel che riguarda le scenografie, i set e le ambientazioni in generale, tutte quante ricostruite a Cinecittà, scelta presa dal regista stesso di voler girare gran parte del film in Italia. Ottima anche la colonna sonora, curata da Howard Shore, che vanta un gran numero di ballate, canzoni da pub o da taverna dell’epoca davvero suggestive e coerenti con la messa in scena.

Parliamo infine degli attori, i quali, come per molti altri film del regista, si sono lasciati coinvolgere anche per piccole e brevi parti. Il Cast vanta nomi di alto livello come ad esempio, Stephen Graham, Gary Lewis, John C. Reilly, Liam Neeson o Brendan Gleeson,fee6b929-853e-4005-9f4c-84a01b039cd2_cameron_diaz_gangs_of_new_york occupati in ruoli secondari che tuttavia ricoprono con maestria e rispetto.

Ancora una volta si assiste ad una collaborazione tra Scorsese e DiCaprio, il quale riesce sempre a stupire per il talento e per la poliedricità, non donando (magari con il senno di poi) la sua miglior prova, ma rimanendo sempre eccellentemente legato nel corpo e nello spirito al personaggio di Amsterdam Vallon. Il vero “peccato”, o rammarico, è che DiCaprio, per quanto sia pieno di potenziale, sembra quasi sparire quando in scena vi è Daniel Day-Lewis che nelle vesti di William (Bill) Cutting detto “Il Macellaio” regala a noi tutti un’interpretazione (accompagnata da un ottimo doppiaggio a cura di Pannofino) eccezionali e da antologia, capace di far mettere in ombra qualsiasi cosa ogni qual volta che questi appare sulla scena e viene inquadrato dalla telecamera. 

Lezione di recitazione e grande prova da attore per un uomo che ormai, con 3 Oscar nelle sue tasche, pur rimanendo poco popolare si dimostra essere uno dei miglior attori su piazza in assoluto.

Commento Finale 
Gangs of New York è per molti critici l’anello debole della filmografia di Scorsese e forse, per certi aspetti, il film risulta davvero imperfetto e mostra qualche lacuna, ma nel complesso questo rimane un lavoro ottimo, per certe sfumature gangs-of-new-york-2002-43-gdi significato eccezionale, curato sotto ogni minimo dettaglio e diretto (ed interpretato) in maniera eccelsa. Martin Scorsese decide di parlare della sua New York dopo l’11 Settembre mostrando al mondo le sue origini e il luogo da cui (solo in parte) proviene e dove è cresciuto, mettendo in luce le tante ombre della città e le conseguenze nefaste della guerra. 

Una pellicola, questa, che di certo avrebbe meritato molti riconoscimenti, scansata agli Oscar quell’anno dal musical Chicago, ma che al contrario di quest’ultimo, riesce ancora a conquistare, rimanere tremendamente attuale e smentire coloro che la etichettano come una delle pellicole minori del regista. 

Scorsese sa che l’America non è nata sotto la bandiera della pace, non è nata sotto buoni propositi, ma è stata creata con il sangue, con le lotte e la violenza, ennesima manifestazione della vera natura umana2431_4 e nel mettere a nudo l’anima vera del popolo che “l’ha adottato”, il regista italo-americano è riuscito a confezionare un film imperdibile, privo di retorica e con un finale coinvolgente, eccezionale, emozionante e (banalmente) magnifico seguito dalle note della canzone degli U2 : The Hands That Built America.

Perché se da un lato la storia ci insegna a ricordare i grandi eventi del nostro passato con una coscienza accademica, essa stessa il più delle volte, ci porta a dimenticare le “semplici” storie degli uomini e delle donne che l’hanno “costruita”, rendendoci (quasi) insensibili e “per quelli che vissero e morirono nei giorni della Furia, fu come se tutto quanto avevano conosciuto fosse stato spazzato via e qualsiasi cosa sia stata fatta per costruire la città, per il tempo a venire, sarebbe stato come se nessuno di loro fosse mai esistito.” 

martedì 9 settembre 2014

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono

Recensione di Solo gli Amanti Sopravvivono 

"Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e regala a noi tutti un film veramente eccellente"

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Adam è un musicista underground immortale, che si riunisce con quella che è stata per secoli la sua amante, dopo essere diventato depresso e stanco per la direzione che ha preso la razza umana. Il loro idillio è però interrotto e messo alla prova dall'imprevedibile sorella minore di lei. Possono questi delicati outsiders continuare a sopravvivere mentre il mondo moderno crolla intorno a loro?

Recensione

Presentato alla sessantaseiesima mostra del cinema di Cannes, Solo gli Amanti Sopravvivono ha sempre destato interesse ed un certo alone di mistero in gran parte dei seguaci di Jarmusch e non; A rendere immortale questo interesse a livello mediatico è stato anche (e sopratutto) il cast, chiamato a raccolta in questa ultima fatica dell’autore americano, tra i cui nomi compare quello di Tilda Swinton e Tom Hiddleston (il Loki dei film Marvel).
Only Lovers Left Alive, arrivato da noi finalmente in sala, non delude minimamente le aspettative e si rivela essere uno dei migliori film dell’annata appena passata nonché, forse, il migliore del regista e del genere “horror” degli ultimi anni. Se, infatti, avevamo ormai fatto l’occhio ad una interpretazione della figura del vampiro in chiave eccessivamente romantica, scialba, priva di radici e reindirizzata in una visione superficialmente moderna, con tanto di ubicazione non più europea, ma Americana, con questa pellicola non solo il regista scandisce in modo eccelso la genesi e la vera natura del demone, ma principalmente lo incanala in una vicenda che fa del dramma esistenziale il suo punto di forza, mettendo in evidente secondo piano l’elemento sovrannaturale, pur rimanendo, costantemente, attaccato e devoto ad esso grazie anche alle atmosfere e alla sceneggiatura.sologliamantisopravvivono_xl3-654x404
Adam e Eve sono di fatto due esseri immortali, due vampiri, ma la loro vera natura non li rende poi tanto differenti da noi umani (che loro chiamano però - e non casualmente-  zombie);  ciò che veramente li contraddistingue non è tanto la sete di sangue, bensì la consapevolezza di saper vivere nel modo odierno, in preda alla rovina e alla decandeza. Ecco, dunque, uno dei tanti grandi aspetti della pellicola, ovvero, quello di non impressionare lo spettatore con la teatralità e la paura, ma di servire una storia che se pur espressa da un punto di vista completamente differente dal nostro, rimane universale e accessibile a tutti. E’ la consapevolezza dell’essere, del sapere “chi sei?” che muta profondamente Adam, un vampiro che passa le proprie giornate a comporre musica funebre, sposato con la bellissima Eve (la quale tuttavia abita a Tangeri mentre lui a Detroit) e scontroso verso la sorella di quest’ultima: Ava (interpretata da una frizzante ed efficace Mia Wasikowska).17802-trailer-italiano-solo-gli-amanti-sopravvivono
L’incontro tra i due amanti è l’escamotage necessario per allestire la vicenda, una storia tanto semplice quanto interessante e verosimile che non riesce mai ad apparire stonata, ma che grazie a quell’aspetto gotico e sinistro assume sempre più i contorni di un dramma psicologico. A favore di tutto questo vi è poi un continuo ed incessante omaggio/attaccamento alla cultura universale che colora la pellicola in ogni inquadratura e che spazia dalla letteratura classica fino a quella moderna, ove è possibile cogliere tributi e citazioni evidenti o meno, ma mai artificiose o campate in aria. Non è un caso, infatti, che l’intero lungometraggio sia un continuo rimando al mondo occidentale del passato, all’Europa ed alla civiltà del vecchio continente e questo lo capiamo sin dai dialoghi, quelli tra Eve e Adam, incentrati su Byron e Mary Shelley (che i due hanno conosciuto) o dalle fotografie appese nella camera da letto di quest’ultimo (dove vengono ritratti scienziati e scrittori come ad esempio Wilde, Poe, Newton, Darwin.)Cannes/ Only Lovers Left Alive
Il cuore, tuttavia, del film non è la storia d’amore, bensì la denuncia che Jarmusch compie nei confronti del genere umano, che non a caso liquida con la parola “zombie” quasi ad indicare uno stato in cui l’uomo è più simile ad un automa, un essere senza anima e cervello che continuamente sbaglia e si lascia guidare dall’istinto, dalla carne e dalla corruzione, carnefice del proprio destino nonché emblema evidente della propria inciviltà e ignoranza, carico di difetti che nel corso della storia l’hanno sempre portato a voltare le spalle alla scienza ed al progresso.
Eppure se in un primo momento sembrerebbe quasi scontato pensare ai vampiri come esseri superiori e nettamente più intelligenti, Solo gli Amanti Sopravvivono ci mostra in fine che dietro alle tante parole, dietro all’eternità e alla saggezza si nasconde persino in essi un bisogno primordiale di sangue e vita del quale non possono farne a meno; così, la pellicola, si conclude con una frase emblematica, nonché in forte contrapposizione con la natura stessa di chi la pronuncia, scandita dalla androgina e bellissima Swinton, la quale se in un primo momento (ed in un altro luogo) rimprovera la sorella per aver tolto la vita ad un mortale come si usava fare nel XV° secolo, sarà lei medesima a portare lo spettatore ai titoli di coda sussurrando che “da più di cinquecento anni non provavano a nutrirsi come una volta” e che è giunto il momento che essi tornino ad essere i “predatori” di un tempo.32612_fb
Tecnicamente il lavoro svolto da Jarmusch è senza difetti, ancorato a sequenze geniali che vedono una messa in scena davvero di grande impatto visivo accompagnata da una continua costanza nel voler unire la musica alla vita dei protagonisti, il tutto condito da una regia molto adagiata, lenta ma incapace di annoiare portandoci quasi a pensare che dopo due ore non si sia assistito a nulla di eccezionale, ma facendoci poi ricredere subito su quanto detto. Le musiche, inoltre, sono suggestive così come le scenografie, dai forti richiami gotici rivisti in chiave moderna, fino poi portati ad avere sfumature quasi fiabesche, complici di tutto questo le influenze del cinema di Neil JordanTim Burton e pellicole del passato con protagonista Lugosi e Lee.

Commento Finale

Solo gli Amanti Sopravvivono si presenta come una delle migliori pellicole su piazza, un’opera tanto complessa ed invitante che riporta in auge la vera natura del vampiro,ONLY-LOVERS-LEFT-ALIVE-10 concedendogli una sfumatura non più “romantica”, allontanandolo dallo stereotipo Meyeriano e portandolo su un livello intellettuale molto più interessante e suggestivo, ove a farla da padrone è la coscienza di sé stessi e la consapevolezza di essere parte di un mondo decaduto. Forte di un cast in stato di grazia, dove però ad avere la meglio è indubbiamente Tilda Swinton, seguita da un’ottima performance della Wasikowska e Hiddleston, rimane estremamente affascinante persino la figura del drammaturgo Marlowe interpretato dal sempre eccellente John Hurt.
Se cercate un film sui vampiri, se volete dimenticare Twilight, se, in cuor vostro, siete alla ricerca di un bel film capace di entrarvi dentro, fin nelle ossa, farvi ragionare e riflettere, se amate e conoscete la letteratura (così come la cultura in generale) e siete all’inseguimento di una storia straziante, dai toni dark, ma tutt’altro che superficiale, Solo gli Amanti Sopravvivono è il film che fa per voi, una pellicola che si allontana dal genere di appartenenza per parlare dell’uomo e della sua natura in contrapposizione a quella del vampiro. Con questo lavoro Jarmusch dona nuova linfa alla figura immortale resa celebre da Stoker e dona a noi tutti un film veramente eccellente.
Claudio Fedele